Le Nove Verità sui Disturbi Alimentari
Le Nove Verità sui Disturbi Alimentari (“Nine Truths”). Questo articolo si basa sui contenuti della conferenza tenuta dalla dr.ssa Bulik nel 2014 al Congresso del National Institute of Mental Health. Titolo della conferenza: “9 Eating Disorders Myths Busted”.
Di seguito l'elenco delle Nove Verità sui Disturbi del Comportamento Alimentare da confrontare con le credenze che ognuno di noi ha in merito a queste malattie potenzialmente mortali, ma anche curabili. La finalità di questo elenco di verità è quella di sfatare falsi stereotipi e porre l'attenzione sui vari aspetti di questi disturbi
- Molte persone con Disturbi Alimentari hanno sì un aspetto sano, ma possono essere molto malate
- Le famiglie non sono da biasimare, anzi possono essere le migliori alleate dei pazienti e degli operatori durante il trattamento
- Una diagnosi di Disturbo Alimentare è una situazione di straordinaria difficoltà (e di crisi) sanitaria che sconvolge il funzionamento personale e del gruppo familiare
- I Disturbi Alimentari non sono scelte, ma sono gravi malattie con notevoli influenze sul piano biologico.
- I Disturbi Alimentari colpiscono persone di tutti i generi, età, razze, etnie, di tutte le forme del corpo e di tutti i pesi, di ogni orientamento sessuale, e di differenti strati socio-economici
- I Disturbi Alimentari comportano un aumento del rischio sia per il suicidio che per le complicanze mediche
- Sia i geni che l'ambiente giocano un ruolo importante nello sviluppo dei Disturbi Alimentari
- I geni da soli non predicono chi sarà la persona che svilupperà un Disturbo Alimentare
- Il recupero completo da un precedente Disturbo Alimentare è possibile. La diagnosi precoce e la qualità dell'intervento sono però molto importanti
AED, l’Academy for Eating Disorders assieme alle maggiori organizzazioni del settore dei DA si impegna a diffondere questo documento.
Associazioni aderenti: Families Empowered and Supporting Treatment of Eating Disorders, National Association of Anorexia Nervosa and Associated Disorders, National Eating Disorders Association, The International Association of Eating Disorders Professionals Foundation, Residential Eating Disorders Consortium, Eating Disorders Coalition for Research, Policy & Action, Multi-Service Eating Disorders Association, Binge Eating Disorder Association, Eating Disorder Parent Support Group, International Eating Disorder Action, Project HEAL, and Trans Folx Fighting Eating Disorders
La compulsione alimentare: l’ alimentazione incontrollata
La compulsione può essere definita come una condotta ripetuta nonostante comporti conseguenze avverse, ovvero comportamenti reiterati che risultano inappropriati in determinate situazioni. I soggetti con compulsioni riconoscono spesso che il loro comportamento è dannoso, ma si sentono emotivamente costretti a metterlo in atto.
La compulsione affonda le sue radici nella sintomatologia tipica del disturbo ossessivo-compulsivo, nel discontrollo degli impulsi e nelle condotte di abuso di sostanze. Tuttavia il comportamento compulsivo è una caratteristica non solo dell’abuso di sostanze e delle dipendenze, ma anche di qualche disturbo alimentare, come il BED, o in alcune forme di obesità, come pure del costrutto della dipendenza da cibo.
L'interessante articolo, che potrete leggere interamente sul sito STATE OF MIND, descrive gli attuali modelli di comprensione pongono l’attenzione su tre elementi in particolare:
1) l’alimentazione incontrollata come abitudine;
2) l’alimentazione come strategia disfunzionale per fronteggiare uno stato emotivo negativo;
3) l’alimentazione incontrollata nonostante le conseguenze avverse
Leggi l'articolo http://www.stateofmind.it/2017/10/alimentazione-compulsiva/
Zucchero! That Sugar Film: alla scoperta della verità
Il singolare esperimento di Damon Gameau documenta gli effetti di una dieta ad alto contenuto di zucchero su un corpo sano.
Sappiamo bene o male tutti e da tempo che lo zucchero può avere effetti devastanti sul corpo, la mente e tutto quello che ci entra in relazione, ma Zucchero! That Sugar Film (That Sugar Film, Australia, 2014) ambisce a dimostrarlo.
Il documentario scritto, diretto, co-prodotto ed interpretato dall'australiano Damon Gameau, innesca un esperimento simile a quello perseguito da Super Size Me di Morgan Spurlock, documentando gli effetti di una dieta ad alto contenuto di zucchero su un corpo sano.L'esperimento di Gameau punta a documentare il passaggio da un’alimentazione attenta ed equilibrata a una dieta ipercalorica con un alto contenuto di zuccheri, nutrendosi di cibi considerati "sani", ma che in realtà ricchi di zuccheri nascosti, come yogurt magro, succhi di frutta, cereali, barrette di muesli, verdure in scatola... ovvero abitudini alimentari, molto diffuse in occidente, che come accertato dai medici hanno fruttato a Gameau circa quaranta cucchiaini di zucchero al giorno.
"non voglio demonizzare lo zucchero naturale presente nella frutta e nei vegetali, ma vorrei che la gente capisse che è necessario ridurre la quantità di zucchero che viene consumata in maniera inconsapevole"
Damon Gameau
Pur affrontando la prova con il sorriso, dopo due mesi Damon ha riscontato risultato scioccanti, documentati nel film e accertati dai medici che lo tenevano sotto controllo, pari a un ingrossamento del fegato, stanchezza cronica, problemi di sonno e di concentrazione, sintomi di depressione, un principio di obesità e incombenti rischi di diabete.
Insomma, se lo zucchero non è il male, si vive comunque molto meglio senza!
Guarda il trailer: https://youtu.be/6uaWekLrilY
Dismorfofobia: vedersi brutti può diventare una malattia?
A volte vedersi brutti può diventare una malattia. Non si tratta di una temporanea insoddisfazione per il proprio aspetto, ma di una vera e propria ossessione che può compromettere i rapporti sociali e portare all'isolamento. Non colpisce chi deve davvero fare i conti con deformità o problemi estetici gravi. Che oggi molti psichiatri definiscono .
La dismorfofobia, definita anche come “disturbo da dismorfismo corporeo” non è una patologia a se stante, ma può essree correlata ad altri disturbi, come la depressione o il disturbo ossessivo compulsivo. Si può definire come una forma di ossessione che riguarda l’aspetto fisico, o meglio un qualche suo tratto su cui si concentrano le preoccupazioni del paziente. Non si tratta di prestare attenzione al proprio corpo, ma di una vera e propria ossessione che occupa gran parte del tempo, creando angoscia e interferendo con le normali attività, il lavoro e la vita sociale.
Questo disturbo colpisce allo stesso modo sia uomini sia donne e spesso compare durante l’adolescenza, una fase della vita in cui il corpo si trasforma in modo radicale: il problema è che se non s’interviene tempestivamente, tende a durare a lungo, a volte per tutta la vita. Secondo le statistiche, a soffrirne sarebbe circa il 12% delle persone che richiede un intervento psicoterapeutico. Questo dato non rispecchia la realtà perchè molte persone provano vergogna a parlarne e invece di affrontare il problema in terapia tendono a rivolgersi semmai ai chirurghi estetici, che, nella maggioranza dei casi, fanno fatica a identificare chi, tra quanti si rivolgono a loro, soffre del disturbo. E quindi è destinato a essere insoddisfatto dei risultati ottenuti .
Chi soffre di dismorfofobia proietta sulla realtà del corpo un “difetto” che riguarda la psiche, ha difficoltà ad entrare in contatto con se stesso, a vedersi, e quindi cerca all’esterno un'immagine di sé ispirandosi spesso a un modello ideale, un’attrice o un personaggio famoso di cui spera di ottenere le caratteristiche fisiche grazie a una specie di copia e incolla chirurgico. Le preoccupazioni dei malati tendono a concentrarsi sul volto e sulla pelle, due parti del corpo particolarmente importanti nei primi anni di vita, i punti di contatto alla base delle prime relazioni con l’altro, infatti le radici della dismorfofobia stanno proprio nella relazione del bambino con la madre, o con chi si occupa di lui. Anche se il disturbo può rimanere a lungo silente, può riemergere, nella vita adulta, in situazioni di forte stress emotivo.
Si tratta di un’esperienza soggettiva, in cui le pressioni di una società ossessionata dall’aspetto contano poco. Il disturbo sembra manifestare la perdita di contatto con la propria realtà psichica, che porta a fissarsi su quella fisica. La società può contribuire a plasmare la forma del disturbo, ma non ne è la matrice.
Spesso però il problema passa inosservato, e non solo perché la vergogna spinge i pazienti a nascondere le proprie angosce. Alcuni comportamenti rituali poi, come la tendenza a evitare gli specchi o in alternativa a controllarsi ossessivamente, si manifestano solo in una fase avanzata del disturbo. Un campanello di allarme può essere semmai la tendenza a isolarsi ed evitare i rapporti sociali, soprattutto in età infantile e adolescenziale. In questa fase intervenire è importante, perché la dismorfofobia si può curare, soprattutto con la psicoterapia, l’unica in grado di risolvere veramente il problema.
"Body-Mindfulness" 12° Meeting Annuale 2017
"Body-Mindfulness" 12° Meeting Annuale 2017

La maggioranza delle Psicoterapie ha dovuto occuparsi del corpo in tutta una serie di patologie dove il corpo stesso era attaccato; fino a trovare una generale concordanza sulla necessità di basarsi su quello che ora viene definito “Body-Mindfullness”. Questo mette insieme due fratelli, a lungo rimasti divisi: mente e corpo; pensare e sentire; coscienza e consapevolezza; e finalmente possiamo ricostruire la nostra interezza.
“Embodiment”: è uno dei termini più usati nella letteratura psicologica contemporanea, che letteralmente si traduce con “Messo nel corpo”, o “Incorporato”. E’ diventata questa la tendenza a riconoscere come necessaria la presenza del corpo in gran parte dei processi psicologici, siano essi emozionali o semplicemente cognitivi;
Tutto questo costituisce una svolta cruciale nel panorama epistemologico, perché è come dire che non esiste un pensiero assoluto, (nel letterale significato di “solutus-ab”, “sciolto da”), slegato cioè da ogni altra cosa che non sia il pensiero stesso, ma che le nostre rappresentazioni mentali e il linguaggio stesso sono inevitabilmente contaminati dalla presenza della nostra corporeità, che rende il pensiero impuro, ma tremendamente reale. Per alcuni decenni ci siamo trovati di fronte a due opposte visioni del mondo: una, solitamente accademica, che cercava di descrivere i processi psicologici in termini galileiani, depurata dalle interferenze o perturbazioni esterne, e che intendeva i processi mentali come emancipatori rispetto alla farraginosità e lentezza dei processi corporei. L’altra forte epistemologia, legata ad ambiti meno rigorosi e a volte anche meno chiari, è quella che ci riporta a concetti come la
“memoria del corpo”, o la “psicologia somatica”; concetti che hanno guidato la ricerca e la pratica clinica di moltissimi terapeuti cresciuti nell’ambito della psicologia umanistica della seconda metà del novecento. In questo ambito abbiamo imparato a fidarci della “saggezza del corpo”, e a seguire senza paura le nostre sensazioni e i nostri piccoli gesti, apparentemente senza senso, sapendo però che ci avrebbero condotto alla scoperta di parti recondite e sepolte del nostro essere. Siamo entrati nel “mondo del sentire” e abbiamo dato al nostro corpo il potere di guidarci alla scoperta di noi stessi e dell’altro. Per molti anni questi due mondi, il pensare e il sentire, sono stati lontani e quasi nemici: hanno rappresentato la nostra scissione psico-filosofica tipica dell’occidente. Poi, quasi inaspettatamente, sono nati dei ponti, qua e là, piccole derive di fuoriuscita che sconfinavano nel territorio dell’altro e che lo fecondavano con le proprie eresie! Gli psicologi cognitivisti hanno così cominciato a parlare di Embodiment e a praticare la Mindfulness;
Maurizio Stupiggia
Il mal di Natale: una promessa di felicità non mantenuta
Il Natale, la festa più attesa dell'anno, non sembra suscitare solo buoni sentimenti: basta pensare all'ansia per gli incontri indesiderati, ai bilanci dell'anno trascorso o alle promesse mancate. Questa festa è annoverata nella categoria degli eventi stressanti per il tipo di emozioni che frequentemente evoca. Già descritto nel 1981 da J.R. Hillard, il cosiddetto Christmas Effect, ciò che fa registrare un aumento dei ricoveri e delle richieste di aiuto per motivi psicopatologici nei giorni immediatamente successivi alla festa. In un celebre studio del 1999, Robert Kloner, un cardiologo americano, ha coniato il termine Merry Christmas Coronary (1) per definire il fenomeno secondo il quale si registra una maggior incidenza di malattie cardiovascolari in coincidenza con queste festività. Secondo Kloner un fattore determinante è lo stress emotivo, dovuto, ad esempio, alle interazioni spiacevoli con i familiari, all'ansia per gli incontri indesiderati o al dover fare un bilancio dell'anno trascorso. Statistiche più recenti del centro di ricerca sui suicidi di Oxford hanno rilevato che nel Regno Unito si registra un picco di suicidi nei giorni successivi alle festività, soprattutto se ne evidenzia un aumento del cento per cento il primo giorno dell'anno. Il problema, dunque, non è solo l'eccesso di cibo o lo stress dei regali da acquistare. E' qualcosa di più profondo, che ha a che fare soprattutto con le aspettative tradite, con le promesse mancate, con i rimpianti per un'infanzia perduta o con l'obbligo di dimostrarsi felici, a tutti i costi.
Il disagio è palpabile, si percepisce per le strade affollate, nei negozi, nei supermercati, nelle tavolate familiari, dove una patina di buona educazione non basta a mantenere sereni gli animi. E soprattutto si sente il giorno dopo, quando ci risvegliamo con gli avanzi di cibo da finire e le carte regalo da buttare via. Quante volte ci capita di sentire la frase “e anche per quest'anno fortunatamente il Natale è passato!”.
Il Natale rappresenta un appuntamento obbligato, non è una ricorrenza che possiamo ignorare come il nostro compleanno, sembra essere una festa irrinunciabile. Poche altre festività cambiano l'aspetto delle nostre città in questo modo: si decorano le case e le strade, si va in vacanza, si organizzano pranzi e feste. Si tratta di una ricorrenza planetaria, e oggi di un business planetario: la cerimonia dello scambio dei regali, ormai trasformata in un'operazione di marketing, ha perso la purezza dell'elargizione senza corrispettivo simboleggiata dai doni dei Magi.
Il Natale, che celebra la nascita di Gesù, oltre ad essere un'occasione per trascorrere del tempo con le persone a noi care, potrebbe essere un momento per celebrare il bambino che c'è in ognuno di noi: questo aspetto viene quasi sempre tralasciato o non goduto pienamente, per lasciare campo libero ad emozioni negative, come il rimpianto per chi non c'è più o l'ansia e la frustrazione per l'inevitabile bilancio dell'anno trascorso. Per la sua cadenza ciclica, il Natale aumenta in noi la percezione del tempo che passa ed ecco che riemergono più ricordi dal passato, a volte molto dolorosi.
Sembra quasi obbligatorio partecipare a questa ritualità collettiva, al punto tale che rimanerne fuori comporta il rischio di una condanna all'isolamento sociale, pare che non sia possibile festeggiarlo in maniera intima e stare da soli ci risulta ancora più insopportabile rispetto ad altri periodi dell'anno.
Il “mal di Natale” si riscontra spesso nella pratica clinica, si manifesta in forme diverse, che possono essere ricondotte ad alcuni elementi centrali, come, ad esempio, la sofferenza legata al sentirsi esclusi da un nucleo familiare che non esiste più. Altre volte il conflitto psicologico nasce dalla nostalgia per l'esperienza infantile spesso vissuta in modo idealizzato, o dal rimpianto per le speranze che non si sono tradotte in realtà. E' questa la “temuta promessa” di cui di cui parla Shengold in un articolo apparso nel 2007 su “Psychoanalytic Quarterly”: una promessa di cambiamento, di rinnovato benessere non mantenuta che può innescare una spirale di malessere difficile da superare.
L'avvicinarsi delle feste potrebbe far riemergere frustrazioni vissute durante l'infanzia o il senso di essere stati privati di qualcosa, come l'affetto, i doni, le attenzioni, o fa riemergere il ricordo di un'infanzia felice che abbiamo perduto.
“Queste reazioni possono avere a che fare con la nostra natura intrinsecamente nevrotica - spiega Shengold - riconducibili al retaggio di un'infanzia dolorosa che non ci permette di accogliere questa continua promessa di felicità ”.
I festeggiamenti invernali sono legati a tradizioni ben più antiche del Natale cristiano: basti pensare ai Saturnalia con cui i romani festeggiavano il solstizio d'inverno. Ci sono festeggiamenti in questo periodo dell'anno che portano con sé anche un carico di ambiguità, basta pensare all'accostamento tra la ricorrenza dei defunti e quella di Ognissanti che accade nel mese di novembre. In molte tradizioni popolari sono proprio i defunti a portare i regali ai bambini, e alcuni elementi delle celebrazioni natalizie rievocano una relazione con l'aldilà. Per quanto riguarda la tradizione dei doni, una leggenda narra che l'antenato “storico” di Babbo Natale, San Nicola, avrebbe regalato a tre povere fanciulle una dote in monete d'oro per evitare che il padre le avviasse alla prostituzione. Il Natale dei cristiani celebra, dunque, la vita, ma le più antiche festività celebrate in questo periodo si riferivano alla relazione tra il mondo dei vivi e l'oltretomba.
Passiamo ora al capodanno. Un articolo pubblicato su La Repubblica del 31 dicembre 2016 ha attirato la mia attenzione. Il titolo dell'articolo è “L'anti-capodanno nella notte di Bali: purificarsi nel silenzio”. L'articolo descrive com'è celebrato il capodanno a Bali, cioè in modo esattamente contrario rispetto a come è vissuta da noi la notte di San Silvestro, che è tutta rumore e colore, balli e sballi, allegria ostentata e divertimento obbligato. A Bali, l'ultimo giorno dell'anno sono vietati i botti, le luminarie, la musica, le feste e i brindisi, i baci e gli abbracci. E' proibito uscire di casa e dagli alberghi. “Un esorcismo di massa – scrive il giornalista Marino Niola – che ha come scopo principale quello di mettere una pietra sull'anno che se ne va”. I balinesi chiamano questo rituale collettivo Nyepi ovvero la festa dei quattro divieti. Il primo è Amati geni, ovvero la proibizione per 24 ore di accendere fuochi e luci, comprese quelle elettriche (con la sola eccezione degli ospedali e di alcuni alberghi). Il secondo e il terzo divieto riguardano gli spostamenti (Amati lelungan) e le attività lavorative e ricreative (Amati karya). Tutto è interrotto per dare spazio alla meditazione. L'ultima proibizione è Amati lelangunan e riguarda qualsiasi forma di intrattenimento. E' vietato divertirsi e soprattutto mostrare gioia. I balinesi più rigidi rinunciano anche alla parola (è consentito solo farsi gli auguri al telefono) e al cibo.
In questo giorno tutti devono staccare la spina, induisti e mussulmani, cristiani e buddisti, laici compresi. Lo scopo del rituale ingannare le potenze maligne: secondo le credenze popolari proprio a capodanno esse presentano il conto agli uomini, ma non vedendo nessuno in giro e trovando le città e i villaggi disabitati, se ne andranno senza fare danni. Una specie di gioco a nascondino che coinvolge anche numerosissimi turisti. Si tratta di una misura di ordine spirituale, ma al tempo stesso anche di ordine pubblico e politico. Il governatore di Bali I Made Mangku Pastikaha dichiarato che il Nyepi è un'occasione per liberare la propria anima dagli eccessi, che rendono tutti più aggressivi, egoisti e crudeli. Ciascuno è chiamato a fare il vuoto dentro di sé per concentrarsi e meditare. I balinesi, dunque, si sottraggono allo scontro in campo aperto con i demoni, contrariamente a noi, che al giro di boa del calendario dichiariamo guerra al male, esorcizzando con fuoco e fiamme, luci e frastuono, i fantasmi del nostro scontento. Il nostro è un capodanno che ci carica di energia e di buoni propositi, ma è anche una macchina di felicità programmata, che ci carica di aspettative che spesso non vengono soddisfatte.
1. The "Merry Christmas Coronary" and "Happy New Year Heart Attack" Phenomenon
RA Kloner. Circulation 110 (25), 3744-3745. 2004 Dec 21.
2. The Christmas Effect on Psychopathology
Randy A. Sansone, MD and Lori A. Sansone, MD Innov Clin Neurosci. 2011 Dec; 8(12): 10–13.
II Eating Disorder International Conference
La Fondazione Gruber in collaborazione con ANSISA (Associazione Nazionale Specialisti Scienza Alimentazione) organizza II Eating Disorder International Conference IL CORPO CHE SOFFRE Il disagio del Corpo nei disturbi del comportamento alimentare Bologna, 25-26 Novembre 2016 MAST, Via Speranza, 42

Binge Eating Disorder: l’utilizzo dello Yoga

Il Binge Eating Disorder, solo recentemente identificato come una diagnosi ufficiale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, si caratterizza per periodi di assunzione di grandi quantità di cibo, associati a sensazione di perdita di controllo con conseguenti emozioni di vergogna, senso di colpa ed isolamento sociale. Non sono presenti inoltre comportamenti compensativi al fine di regolare il peso e\o l’assunzione di cibo.
È l'incipit dell'articolo Un approccio olistico nel trattamento del Binge Eating Disorder: l’utilizzo dello Yoga, che potete leggere nella sua interezza nel sito State of mind. L'autore dell'articolo illustra come un particolare tipo di Yoga, il Trauma-Sensitive Yoga, possa essere d'aiuto per chi soffre di questo disturbo dell'alimentazione.







