La nascita consapevole e lo sviluppo del sé
29° CONVEGNO NAZIONALE DI PSICOSOMATICA
L'incontro tra neuroscienze, psicoterapia, medicina ed educazione
Come lo stress alla nascita condiziona il benessere della nostra intera vita
Genesi e cura dei disturbi affettivi e delle neuropersonalità dal concepimento alla maturità
Da Shore a Panksepp: il Protocollo Mindfullness Psicosomatica e la terapia integrata dei disturbi del sé
I presupposti del vecchio paradigma dicotomico cartesiano, che ha separato la materia dallo spirito e il corpo dalla coscienza, hanno portato a ritenere che la coscienza, come “res cogitans”, fosse impossibile da studiare empiricamente e pertanto non costituisse materia di ricerca e conoscenza scientifica. La scienza moderna, dal seicento in poi, si è di fatto sviluppata con una attitudine fortemente materialista e riduzionista come “scienza senza coscienza”. I nuovi e più sofisticati metodi di indagine scientifica e l’evolversi delle conoscenze relative alle neuroscienze, hanno invece generato una rivoluzione di paradigma che si fonda proprio sul riconoscimento del ruolo centrale della coscienza e del Sé nell’organizzazione biologica e cognitiva del vivente. La coscienza ritorna finalmente al centro del sistema umano, e con le ricerche delle neuroscienze e della PNEI inizia la “Science of Consciousness”, che studia l’essere umano, l’organismo vivente più complesso da noi conosciuto, come un “sistema unitario” multidimensionale, un “Sé Psicosomatico” che si auto-governa come un network neurocognitivo di estrema intelligenza e organizzazione in quanto ha coscienza di tutte le informazioni del proprio sistema. Definiamo “Sé psicosomatico” la “coscienza globale di Sé”, ossia l’“esperienza di unità e integrità psicosomatica” in cui ci si percepisce come totalità del corpo, delle emozioni e della mente.
L'empatia corporea: quando la cura è la relazione
L'empatia corporea, termine che, in biosistemica, è la capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, assume un significato più esteso che include anche la dimensione della corporeità. L’empatia infatti viene intesa come costante lavoro di ricerca e di adattamento delle proprie esperienze al materiale che il paziente offre, a livello cognitivo, emotivo e corporeo.
Rispetto al primo creiamo spontaneamente un’immagine che rappresenta ciò che il paziente ci racconta; per il secondo ci immedesiamiamo nell’emozione dell’altro ed infine, in merito al terzo, rispecchiamo la postura, l’espressione non verbale, il tono e il ritmo di voce dell’altro.
Relativamente a quest’ultimo punto, che favorisce l’empatia corporea, dobbiamo rifarci alle ricerche di Daniel Stern sulla relazione madre – bambino, per comprendere cosa succede a livello di comunicazione implicita/corporea tra due persone, a qualunque età e livello di sviluppo.
Stern ci mostra e descrive accuratamente, nel suo lavoro sulle relazioni precoci, il fenomeno della “sintonizzazione” (attunement) corporea a livello di ritmo, forma ed intensità. Senza questa “sintonizzazione,”” il bambino può diventare, nelle relazioni interpersonali, inibito (predominanza del parasimpatico), oppure aggressivo (predominanza del simpatico), privato della capacità di “rispecchiamento spontaneo” dei gesti altrui. Quindi nell’incessante processo di adattamento reciproco di madre e figlio, nella ricerca costante della sintonizzazione dell’uno con l’altro, sta la base della futura capacità di comunicare e di essere in relazione.
Sappiamo però nel contempo, seguendo Tronick, che l’esperienza della regolazione interattiva non si realizza solo attraverso momenti di incontro felici o di corrispondenza (matching), ma anche attraverso momenti di riparazione (mismatching repair) successivi alle inevitabili occasioni di rottura relazionale (mismatching)”: l’interazione si compone cioè di fasi di regolazione continua, è la trama continua di una storia sempre aperta. Le ricerche di Stern e Tronick sono per noi importanti, perché costituiscono la base esplicativa di un modello che descrive ciò che avviene, anche tra adulti, a livello di comunicazione corporea, e di conseguenza, tra paziente e terapeuta.
Ciò vuol dire che in biosistemica, essere in empatia non è tanto uno stato fissato una volta per tutte, quanto un continuo processo fatto di una serie di tentativi, errori e correzioni di rotta che dimostrano come essa sia una continua e mai finita attività.
In base alle considerazioni sopra riportate, è possibile quindi affermare che nell’ambito di un rapporto terapeutico, un aspetto fondamentale della cura è la relazione: la persona ha la possibilità sia di essere accolta per riuscire a stabilire un rapporto di fiducia ed esprimere liberamente le proprie emozioni, sia di acquisire modalità interpersonali positive, di apprendere la capacità di sintonizzarsi con l’altro e di poter riparare le modalità relazionali disfunzionali fino a quel momento acquisite.
Il corpo accusa il colpo: Il trauma incide il corpo
Il trauma incide i suoi segni nei ricordi e nel corpo. Imprigionati nel passato non si vive più con chi ci sta vicino: bisogna quindi ridare vita al corpo.
Nel libro “Il corpo accusa il colpo” Bessel Van der Kolk ci accompagna in un viaggio scientifico regalandoci stralci della sua vita professionale a partire dalle esperienze di un giovane medico in specializzazione per arrivare a quelle dello psichiatra studioso e clinico dei giorni nostri, di seguito alcune storie tratte dal libro.
Ti chiami Tom. È una domenica di Luglio, famiglia e amici sentono l’odore che si spande dal barbecue. Un flash nel cervello, scappi via, nel tuo studio di avvocato, bevi Jack Daniel’s fino ad ubriacarti. Il caldo, il fumo, il vociare dei bambini. Pum. Ti hanno riportato in Vietnam, dove avevi visto corpi bruciati, il tuo plotone massacrato. Non sei fuggito da casa, ma dalle foreste umide e opprimenti. Il tuo corpo ti ha riportato lì, non puoi tollerarlo.
Ti chiami Marylin. Sei infermiera. Esci con Michael, lo hai conosciuto al circolo tennis, da quattro anni non passavi una serata con un uomo. Al ristorante parlate di musica, cinema, bevete un po’, ridete. Andate a casa. Finite a letto, non ricordi bene quello che è successo. Nella notte senti il suo corpo vicino. Dentro ti si fa ghiaccio, sciolto da un’esplosione di rabbia. Lo insulti, lo tempesti di pugni. Lui non capisce e non ti rivolgerà la parola mai più. Tuo padre ha abusato di te quando avevi otto anni. Crac. Tua madre ti rimproverava perché lo facevi arrabbiare.
Ti chiami Valerio. Sei al parco giochi con tuo figlio. Vedi una mamma che allatta il figlio di pochi mesi. Hai un accesso di dolore a un braccio, la paura ti sommerge. Vorresti correre da un medico. Non temi l’infarto, ma di avere una malattia neurologica e non puoi spiegarlo a tuo figlio mentre gioca a pallone. Resti lì, paralizzato, con gli occhi sbarrati, estraneo a quello che succede intorno. Tua moglie, anni prima ha avuto un tumore al seno, diagnosticato durante l’allattamento. Tre anni di battaglie, poi è morta. Pum. Aveva sintomi alle braccia quando la malattia è arrivata al cervello.
Storie vere, sono pazienti con i traumi psichici di cui parla Bessel van der Kolk (2015) nel suo bellissimo “Il corpo accusa il colpo”. Vite spezzate da eventi unici e veloci o terribili e ripetuti. Siete stati in Iraq, a L’Aquila la notte del terremoto, in un reparto di ospedale mentre per mesi una persona cara cercava di sopravvivere?
Il trauma non si imprime solo nelle vostre memorie, quella è la parte meno difficile. I ricordi si potrebbero mettere da parte. Il trauma incide i suoi segni con uno scalpello nel vostro corpo. Scava molto. Nel profondo del cervello c’è l’amigdala, una mandorla che spara emozioni, centro di attivazione di rabbia e, soprattutto, paura. Le botte della vita la istruiscono ad accendersi facilmente. Uno stimolo minimo innesca l’allarme. Intanto la corteccia mediale prefrontale, la parte deputata a dire “ Ok è solo fumo, stai tranquillo, non ti si brucia casa!” funziona meno. Il trauma fa questo scherzo, attiva la sirena e manda in pensione i saggi che vi dicono di stare tranquilli.
Fa altro: altera il sistema immunitario, che a volte si indebolisce, altre volte vi spara addosso fuoco amico, generando malattie autoimmuni. Congela i muscoli o li tende allo spasimo, torce le viscere attraverso l’azione del nervo vago. Scolpisce memorie cattive dentro di voi.
Van der Kolk il trauma lo ha studiato a fondo dai tempi in cui curava i veterani del Vietnam. Sa cosa serve per riparare i danni. Intanto uno psicoterapeuta aggiornato che sappia far da testimone al dramma e aiuti a riorganizzare in una storia sensata i frammenti dell’esperienza. E mentre vi fa ricordare l’orrore, vi ancora al mondo intorno finché capite: non sta succedendo più. Poi, calmare il corpo, spegnere gli allarmi: farmaci se serve, e molta mindfulness, la meditazione che rinvigorisce le aree sagge del cervello mentre prestate attenzione al respiro che placa l’animo. Imprigionati nel passato non vivete più con chi vi sta vicino, quindi: ridare vita al corpo aumentandone la consapevolezza!
Biografia della fame e della magrezza
"Gli esseri che sono nati sazi – ce ne sono molti – non conosceranno mai questa angoscia incessante, questa attesa dinamica, questo stato febbrile, questa miseria che tiene svegli giorno e notte. L'uomo si costruisce a partire da quello che ha conosciuto nel corso dei primi mesi di vita: se non ha sperimentato la fame, sarà uno di quegli strani eletti, o di quegli strani dannati, che non edificheranno la loro esistenza sulla mancanza".
Amélie Nothomb "Biografia della Fame"
Scrive Amélie Nothomb nel libro Biografia della fame. "...ogni nazione è un'equazione che si articola intorno alla fame". In alcuni paesi di fame si muore perchè mancano le risorse, manca il cibo. Nella nostra i ricoveri per disordini alimentari sono quasi raddoppiati in sei anni. In tutto il paese, donne e ragazze, si autoimpongono di fare la fame, a volte fino a morirne.
In Italia i disturbi alimentari fanno migliaia di vittime l'anno, 3.240 nel 2016, e riguardano tre milioni e mezzo di persone, eppure si fa ancora fatica a riconoscerli, con una grande confusione tra sintomi e manifestazioni. I disturbi alimentari sono un problema ancora grave, e anzi riguarda sempre nuovi soggetti, ricordano gli esperti in occasione della giornata del Fiocchetto lilla che si celebra il 15 marzo.
"Purtroppo il numero dei pazienti non accenna a diminuire", osserva Laura Dalla Ragione, responsabile del numero verde della Presidenza del Consiglio dei ministri 800180969. "Secondo l'Osservatorio del ministero della Salute sono più di 3 milioni le persone ammalate. Si è abbassata moltissimo l'età di esordio, si ammalano bambini di 8-10 anni, con conseguenze più gravi. Si sono diffusi anche i Disturbi Selettivi nell'infanzia".
La settimana della consapevolezza dei disturbi alimentari si è appena conclusa, e ancora una volta i giornali hanno finto di chiedersi cosa mai abbia spinto delle sciocche giovani donne ad avviarsi verso un lento suicidio, corredati da sensuali foto di magrissime modelle svestite in posa per l’obiettivo dei fotografi, oltre che da una serie di distratte banalità sul fatto che le ragazze debbano in realtà lavorare sulla loro “immagine corporea” e, se possibile, smettere di leggere tutte queste riviste.
Non si tratta solo di una questione di sopravvivenza. Il punto sono gli anni trascorsi torturandosi inutilmente e dolorosamente, sprecando il proprio tempo, la propria energia e rovinandosi la salute. Candida Crewe, nel suo libro autobiografico Eating myself , la definisce “la malattia della donna comune”. Sembra che, da un certo punto di vista, l’autodeprivazione alimentare e l’ossessione per la magrezza, l’immagine del corpo e l’autocensura femminili siano state normalizzate a tal punto nelle nostra società, che è impossibile non convincersi che queste ragazze abbiano fatto la scelta giusta, sbagliando semplicemente nell’essersi spinte “troppo oltre”.
Come ha scritto Naomi Wolf in Il mito della bellezza, “una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.
Gli aperti e sinceri elogi che le ragazze ottengono per il loro uccidersi lentamente in pubblico è direttamente proporzionale alla quantità di vergogna e stigmatizzazione che si riversa sulle donne perfettamente in salute che si trovano a essere anche solo leggermente sovrappeso.
Esistono solidi e fondati dati che provano come le donne siano penalizzate socialmente quando prendono peso, e premiate quando lo perdono. Ricerche recenti rendono evidente quel che quasi tutte le donne sanno nel loro intimo: che il mondo vuole che siano sempre più piccole, sempre più magre, che il mondo vuole che esse desiderino meno, che abbiano meno grinta, meno forza.
Certo, insegnare alle donne e alle ragazze ad amare i loro corpi e a prendersene cura è ancora una proposta radicale in una società che provoca e al contempo sfrutta l’odio che proviamo verso la nostra immagine.
Le ragazze crescono in un tornado d’immagini di bellezza inarrivabile, vengono sottoposte senza sosta a una serie di dimostrazioni dalle quali si evince che saranno penalizzate se non avranno un certo aspetto che è, letteralmente, “magra al punto da non permettere al corpo di respirare”.
E poi, quando sviluppano disturbi alimentari alziamo le spalle e diciamo: “accidenti però, queste ragazzine stupide, perché non si mangiano un panino”?
Dire alle donne e alle ragazze del ventunesimo secolo che hanno un problema con la loro immagine del proprio corpo è un po’ come dire alla vittima di un accoltellamento che ha un problema d’emorragia. Sì, lo sappiamo.
I disturbi alimentari spesso sono solo un modo di fare i conti con una rabbia che sembra troppo pericolosa da esprimere, e che rivolgiamo verso il nostro corpo, assumendo il controllo su tutti i nostri bisogni come il cibo, il sesso, l'affetto, il rispetto, le ambizioni o un posto sicuro nel mondo.
Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l'essere, quel vuoto che attanaglia, quell'aspirazione non tanto all'utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c'è niente, imploro che via sia qualcosa.
Amélie Nothomb "Biografia della Fame"
"ESSERE INTERI" MENTE, CORPO E RELAZIONI - 13° Meeting Annuale 2018
La Società Italiana di Biosistemica è lieta di presentare il 13° Meeting teorico-esperienziale aperto a psicologi, psicoterapeuti, counselor e a tutti i professionisti della relazione d’aiuto, che si terrà nel contesto termale di Galzignano Terme Spa & Golf Resort (Pd) il 12 e 13 maggio 2018. Potrete partecipare agli interventi dei Professori Maurizio Stupiggia e Massimo Biondi e a 17 workshop teorico-esperienziali
Scarica la brossure: BROCHURE-MEETING-2018
Vai al sito: http://www.biosistemica.net/meeting-di-biosistemica
Memoria corporea: quando è il corpo a parlare
Memoria corporea: quando è il corpo a parlare
Per troppi anni il corpo è stato scisso dal cervello quasi ne fosse elemento estraneo e indipendente. Un cervello ed un corpo; l’uno come una sorta di computer è al controllo di pensieri ed azioni, l’altro, una marionetta che esegue i comandi……Non è assolutamente cosi!
Il corpo è la rappresentazione della nostra storia, porta dentro di sé tracce del passato, dei vissuti trascorsi. Un po’ come una cartina geografica, ci indica dove sono localizzate le esperienze e quali le emozioni ad esse associate. A differenza della “memoria classica” che si attiva per ricordi cognitivi, quella corporea lo fa con veri e propri ricordi fisici, attraverso le sensazioni e le reazioni fisiologiche.
I parametri sono concreti, visibili ad un occhio esperto. Ne riporto alcuni, tra i più semplici:
Tono muscolare
Il nostro sistema nervoso è collegato tramite i nervi spinali ai muscoli, ne controlla sia la funzione sensoriale che motoria.Immaginiamo un forte spavento, il cervello invia segnali d’allarme e di conseguenza la muscolatura si attiva, diventa rigida e pronta alla fuga. Viceversa, immaginiamo uno stato depressivo, in tal caso, il cervello invierà pochi segnali di attivazione, per cui, i muscoli saranno allentati, molli.
Postura e movimento
Le posture e i movimenti sono caratteristici per ognuno di noi. Chi si muove con lentezza, chi con frenesia, chi rigidamente e chi morbidamente. Le posture possono essere chiuse, curve, spavalde ecc. Un bambino tenuto in spazi stretti non svilupperà movimenti ampi, cosi come un bambino spesso giudicato non svilupperà movimenti sicuri.
Respiro
Avete mai fatto caso a come respirate? Quando prendete aria, si gonfia la pancia o il torace? Il respiro si altera in conseguenza agli eventi, soggetti agitati avranno un respiro corto, quasi affannoso.
Segnali dal e al corpo
Il corpo invia segnali all’esterno, segnali che vanno a creare la comunicazione non verbale, influenzando non poco le reazioni di chi abbiamo di fronte e dunque, la relazione che si instaura con essi.
Ma non solo, il corpo invia segnali anche a noi stessi, attraverso un feedback interno ci parla rimandando stati d’animo che, possono essere intrappolati e dunque ripetitivi. Le vicende passate restano attive e sono percepite come attuali. Ad esempio, un forte allarme attiva la tensione muscolare, che restando tale nel tempo, ci trasmette segnali di allarme continuo….Un cane che si morde la coda, insomma.
La testa non è un computer
Proviamo a fare come i bambini piccoli, quando chiediamo loro: “dov’è il naso? E la bocca?” vediamo che con il ditino toccano il naso e poi la bocca. Dove sono i pensieri? E le emozioni? Scommetto che in molti hanno pensato alla testa e alla pancia. Vi mostro di seguito, quanto sia un errore fare queste associazioni.
La testa
Quando diciamo testa immaginiamo un contenitore di processi razionali, privo di emozioni; una scatola fredda. Non è cosi, per fortuna.
La testa è la parte del corpo che s’impregna di tracce di memoria già nell’utero, nel liquido amniotico il bimbo vive la sensazione di contenimento e protezione. Nel momento del parto è la testa che si fa spazio verso la vita, la prima ad avere il contatto con l’esterno, con l’apertura.
Dopo la nascita sarà la zona più protetta per la sua estrema delicatezza, la mamma l’accarezza e da subito il bimbo sente il sostegno protettivo. Contenimento, protezione, forza e apertura, tutte tracce che andranno a svilupparsi nel corso della nostra vita.
Ma come avviene tutto questo?
La sommità della testa indica la nostra crescita, mettere un segno alla parete per evidenziarne l’altezza è un gesto che noi tutti ricordiamo, cosi come stare in fila a scuola in ordine di altezza o alzarsi sulle punte per farla arrivare più in su, spinti dalla curiosità di vedere.
Nello specifico la fronte, si abbassa anche per riflettere e raccogliere idee. Rabbia e preoccupazione nella classica fronte corrucciata, ci mostra quanto sia emotiva la nostra testa.
Spesso la mano dell’adulto, si poggia sulla testa del bambino in un gesto che è falsamente affettuoso, come a voler dire “stai al tuo posto, sei piccolo”, gesto che potrebbe creare insicurezza e chiusura. Con il tempo andare a testa alta indica sfrontatezza e determinazione, al contrario, la testa bassa è sinonimo di chiusura e timidezza.
Quando il neonato è tenuto in braccio, spesso vediamo il suo mettere la testolina sul collo del genitore, come a proteggerla nella ricerca continua di contatto. Un gesto che possiamo riscontrare da adulti, quando ci accoccoliamo accanto al partner, mettendola nella stessa posizione di quando eravamo piccolissimi.
La fronte è la zona che recepisce il sollievo quando viene rinfrescata, quando la mamma ci posa la sua mano in caso di febbre. La protezione è anche mettere la testa sotto le coperte, dopo un incubo spaventoso. O proteggerla da un forte allarme. Quando la teniamo tra le mani per contenerci, per calmarci.
Prendere coscienza dell’emotività della testa è l’inizio di un nuovo rapporto con essa, una nuova comunicazione con noi stessi e con le nostre sensazioni.
La pancia custode di emozioni
La pancia è la zona del corpo che ci “parla” da subito e lo fa attraverso la fame, la sazietà, i rigurgiti, le colichette. Dalla pancia passa il cibo, il dolore, passa la tenerezza e il contatto intimo. Contatto intimo che crea la mamma, accarezzandola con tenerezza, contenendola durante i dolori, solleticandola per farci sorridere dopo il bagnetto.
E’ una zona attiva come un cuore pulsante, da proteggere e coccolare. Dalla pancia passa la respirazione ed è la zona che si muove morbidamente, dalla pancia nasce una nuova vita, generatore quindi di emozioni. Dalla pancia passa la paura, un forte allarme ci fa mozzare il respiro, la tiriamo in dentro. Paure e allarme continuo alterano la sua mobilità rendendola rigida, in un trattenere continuo quasi doloroso.
La pancia è anche apertura, mettersi distesi rivolgendola verso l’alto non sempre produce sensazioni di piacevolezza, poiché ci si sente vulnerabili agli attacchi. La posizione “pancia sotto” la protegge, si sente il calore del contatto col materasso e questo ci fa sentire al sicuro.
Spesso esperienze poco funzionali alterano la comunicazione con la nostra pancia, si chiudono le sensazioni piacevoli e restano aperte solo quelle negative. Violente scariche di colite, crampi per il respiro rigido, bruciori allo stomaco, disturbi dell’alimentazione. La tristezza, la malinconia, la paura, l’ansia sono tutte nella pancia. Perdiamo le vecchie sensazioni di tenerezza, di contenimento iniziali.
Il centro della nostra emotività risiede nella pancia, impariamo ad ascoltarla.
E se non "sentiamo il corpo"?
Inutile negare che l’intervento di uno specialista del settore è di fondamentale importanza, chiedere aiuto è segnale di forza e voglia di vivere bene. Obiettivo principale è sciogliere le vecchie tracce, contestualizzare l’evento ad un momento passato e ritrovare nuove sensazioni legate al presente.
Possiamo provare ad aprire la comunicazione con il nostro corpo toccando le zone tese e dolenti. Possiamo cambiare la posizione abituale e sentire quanto è rigido il corpo. Possiamo respirare ampiamente e non riuscire in realtà a farlo fino in fondo.
Non siamo esseri frammentati fatti di testa e corpo, ogni millimetro di noi raccoglie in se tracce di memoria. Aprirle significa ascoltare noi stessi; arrivare al benessere in pienezza e totalità.
16° Congresso europeo di Psicoterapia Corporea
16° Congresso europeo di Psicoterapia Corporea
LA PSICOTERAPIA CORPOREA E LE SFIDE DI OGGI : Alienazione - Vitalità - Flusso

Il prossimo congresso dell'European Association for Body Psychotherapy (EABP ) si terrà a Berlino alla Libera Università, dal 6 al 9 settembre 2018. In questo congresso vogliamo far fronte alle sfide della nostra società post-moderna. Il filosofo Byung-Chul Han e molti altri parleranno del burn-out e dello stato di affaticamento che determinano una diminuzione dell’eros e delle relazioni. L’alienazione sta aumentando nella vita lavorativa di tipo capitalista, così come l’alienazione dal sé e dal proprio corpo. Nella sua Vegetoterapia, Wilhelm Reich aveva già evidenziato l’energia vitale, la sensazione del fluire del corpo, il contatto con il nocciolo della propria personalità e il potere dell’amore come aspetto fondamentale della salute psicologica e somatica.
Nella psicoterapia corporea, la tradizionale teoria delle nevrosi e le teorie del carattere, devono impegnarsi ad affrontare i cambiamenti dello Zeitgeist. Sempre più spesso, abbiamo a che fare con disordini come il “burn out”, ansie diffuse e soprattutto disordini strutturali, come deficit dello sviluppo derivante dalla prima infanzia, personalità narcisistiche e borderline. Nel nostro campo dobbiamo far fronte a questi cambiamenti con concetti corrispondenti. Le nuove sfide richiedono una pratica corporea in grado di trovare un equilibrio tra il possesso, il contenimento e il lavoro di espressione emozionale.
Vai al sito dell'EABP: https://congress.eabp.org/2018/site/it/welcome/
Stili di attaccamento e rapporto con il cibo
In questo articolo l'argomento inerente agli stili di attaccamento correlati alla dissociazione nei disturbi alimentari è stato affrontato con grande efficacia.
Un rapporto disturbato con il cibo è pericoloso, perchè sembra prevalere sull’istinto primario dell’essere umano, quello di sopravvivere; considerare il proprio corpo come un nemico o come l’arena in cui si combatte una sanguinosa battaglia tra parti del Sè, è ciò che accade nel mondo interno delle persone che soffrono di un disturbo alimentare con aspetti dissociativi.
Per comprendere come si struttura una personalità con queste difficoltà, è necessario indagare molto indietro nel tempo, agli albori della storia di vita. Il disturbo alimentare non ha esordio quando si manifestano i sintomi, ma molto tempo prima. Durante l’infanzia, la persona struttura un sistema psichico che sarà il teatro di un disturbo alimentare conclamato o meno, o che una situazione o una fase di vita stressante potrà far precipitare in sintomi stabili o discontinui. Il trattamento ideale delle persona con DCA è quello che procede dagli strati più esterni, ossia dai sintomi, a quelli più profondi, indagando i temi e lo stile di attaccamento. La psicoeducazione e un’alimentazione almeno minima sono la condizione necessaria ma non sufficiente di un trattamento terapeutico efficace.
Nell’assessment psicodiagnostico, la raccolta dell’anamnesi non può prescindere dalle dinamiche di attaccamento verso i principali caregiver, al fine di individuare il tipo di attaccamento del paziente.
La storia di attaccamento determina la strutturazione di una base sicura (Bowlby, 1973), ossia di un insieme di risorse interne, strategie o processi utili ad autoregolarsi, far fronte al dolore e calmarsi. In età precoce, la base sicura di un bambino sono i suoi caregiver; successivamente, la base sicura sarà costituita dalla loro interiorizzazione, ossia dall’aver fatto proprie le loro modalità di rispondere ai suoi bisogni.
Da adulti, l’attivazione della rappresentazione interna della base sicura può avvenire attraverso il richiamo di pensieri, immagini e comportamenti confortanti. Nella persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare, si è strutturata una strategia disfunzionale di rassicurazione attraverso il cibo; la relazione con il cibo, in diverse modalità, è usata come risorsa per attivare la base sicura e calmarsi.
I dati sperimentali evidenziano che i soggetti che hanno problematiche legate al cibo, hanno nella maggioranza dei casi, uno stile di attaccamento di tipo insicuro. I dati evidenziano, inoltre, che nell'anoressia nervosa, spesso correlata ad uno stile d'attaccamento evitante, il cibo è evitato proprio come l'attaccamento. Nella bulimia nervosa, spesso correlata ad uno stile di attaccamento ambivalente o disorganizzato con tendenze ambivalenti, il rapporto con il cibo è a tratti controllato, a tratti estremamente caotico e fuori controllo (binging). Nel binge eating, spesso correlato a pattern di attaccamento evitante con tendenze ambivalenti, il soggetto è spesso portato ad evitare l'attaccamento mangiando, sostituendo il legame con il cibo ed usando il cibo per calmarsi.
Durante l’assessment, se emerge un attaccamento disorganizzato, è probabile che nell’eziopatogenesi giochino un ruolo fondamentale il trauma e le difese dissociative.Nella storia precoce di relazione di un individuo, la base che crea un attaccamento disorganizzato è caotica, frequentemente minacciosa e spaventosa, a tratti amorevole ma in modo imprevedibile; nonostante ciò, essa resta la base “sicura”, poiché è necessaria per sopravvivere. Questa modalità di attaccamento ha come risultato la dissociazione del mondo interno. La sopravvivenza emotiva dipende dalla divisione interna, come specchio della dissociazione interna alla figura di attaccamento.
Nei disturbi del comportamento alimentare, la dissociazione può essere presente a diversi livelli: è una difesa naturale che si attiva rapidamente quando la persona si sente in pericolo; può essere funzionale in un episodio traumatico circoscritto, ma non se si cronicizza come principale o più frequente meccanismo di protezione. In tali casi al disturbo alimentare si associa un disturbo dissociativo dell’identità, in cui una parte del mondo interno ha un disturbo alimentare.
Se non correttamente diagnosticato, il grado di dissociazione può generare problemi nel trattamento terapeutico.
Diversi studi hanno individuato personalità ricorrenti nel mondo interno delle persone con un disturbo del comportamento alimentare con aspetti dissociativi. Spesso, queste persone non hanno vissuto l’infanzia, sono state trattate come piccoli adulti fin da quando hanno memoria; sono state forzate ad assumersi responsabilità che non spettavano a loro. Il mondo interno ha dovuto usare la dissociazione per crescere più rapidamente in una parte e uno sviluppo accelerato non può essere salutare.
Bambini precocemente adultizzati hanno una componente di personalità che cresce troppo velocemente e che affronta tutte le richieste provenienti dall’ambiente. È la parte più danneggiata che genera più difese, che contiene dolore e frustrazione per aver dovuto imparare a fare le cose da sola. Ha imparato ad autoregolarsi e autocontrollarsi attraverso il cibo. È la parte dominante nel mondo interno delle persone con anoressia nervosa. È una parte controllante, sfiduciata, spesso alimentata dalla comorbilità con un disturbo ossessivo di personalità e un disturbo dell’immagine corporea. Bambini la cui parte infantile rimane bloccata nel tempo possono mostrare comportamenti non appropriati all'età. Essi spesso sviluppano la convinzione che “si ha bisogno di essere malati per ottenere attenzione” e attraverso il cibo cercano di essere visti. È la parte dominante nel mondo interno di chi soffre di bulimia. Chi soffre di questo problema può apprendere che il cibo è il miglior modo per compensare rabbia, tristezza e frustrazione col cibo. La vita emotiva è disregolata e spesso si riscontrano comportamenti impulsivi. Bambini che hanno sperimentato precocemente il rifiuto potrebbero sviluppare una parte di personalità identificata come il “Sè rifiutato”: essa è la parte del mondo interno che contiene la distorsione dell’immagine corporea, quell’immagine di Sè che la persona non vuole tornare ad essere mai più. Il "sé nascosto" si sviluppa nei bambini che hanno fatto la precoce esperienza che mostrare il proprio sé è stato pericoloso. Il sé nascosto, per protegge il sistema interno, non può mostrarsi. È una parte che somatizza ciò che non può esprimere in altro modo. Si sviluppa presto nella vita; le emozioni dominanti in essa sono paura, umiliazione e vergogna.
Per essere una figura di attaccamento sostitutiva, il terapeuta deve essere comprensivo e compassionevole rispetto a questi aspetti. Per essere d’aiuto, dovrà essere validante rispetto all’esperienza di un paziente che ha sviluppato un rapporto disfunzionale col cibo, e aiutarlo a trovare una strategia stabile alternativa di attivazione delle sicurezza interna.
http://www.stateofmind.it/2017/09/trauma-alimentazione/
Il DDL sulle professioni sanitarie: pieno riconoscimento dello Psicologo

Il Senato ha varato definitivamente il DDL sulle Professioni Sanitarie: lo Psicologo ottiene il pieno riconoscimento quale professione sanitaria.
Questa importantissima Legge che rappresenta un passo fondamentale per noi Psicologi, finalmente riconosciuti come professionisti della salute. Gli psicologi saranno, inoltre, molto più tutelati nella lotta all’abusivismo in quanto sono state inasprite le pene nei casi di abuso di professioni sanitarie e vi sarà un maggiore riconoscimento della figura dello Psicologo nella Sanità Pubblica, con una migliore definizione dei nostri confini professionali.
Oggi il lungo cammino che ha visto nascere e crescere la Professione vede una tappa “storica” fondamentale che sottolinea il valore costituzionale e sociale della professione psicologica e prevede norme severe per l’abuso della stessa.
Il Presidente Giardina: «Un grazie sentito al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin per la fiducia mostrata verso la psicologia, alla Senatrice Emilia Grazia De Biasi, Presidente della Commissione Sanità e al Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, On. Mario Marazziti»
vai al sito Ordine nazionale Psicologi: http://www.psy.it/
Dipendenza Affettiva: cosa signifiva "amare troppo"?
"Quando essere innamorati significa soffrire, stiamo amando troppo...Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un'infanzia difficile, stiamo amando troppo..Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui/lei vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo. Quando la relazione mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo"
Robin Norwood, donne che amano troppo
Liberamente tratto dal libro "Donne che amano troppo" di RobinNorwood
Attenzione, vi riconoscete?
Venite da una famiglia disturbata, dove nessuno si curava dei vostri bisogni emotivi? Avendo ricevuto ben poco autentico affetto, cercate di saziare questo bisogno disatteso per interposta persona, offrendo le vostre cure a qualcuno, specialmente agli uomini che sembrano in qualche modo averne bisogno? Poichè non eravate mai riuscite a cambiare i vostri genitori trasformandoli nelle persone calde e affettuose che desideravete tanto intensamente, rispondete con troppa passione al tipo di uomo emotivamente non disponibile che vi è familiare, e che potete di nuovo cercare di cambiare con il vostro amore? per il terrore dell'abbandono, fate qualsiasi cosa per impedire che la relazione finisca? Abituate alla mancanza di amore nei rapporti personali, siete disposte ad aspettare, sperare, e a continuare a sforzarvi di piacere? Siete disposte ad assumervi ben più del cinquanta per cento di responsabilità, colpe e biasimo in una relazione? La vostra autostima è pericolosamente bassa e, nel profondo di voi, siete convinte di non meritare di essere felici? Piuttosto credete di dovervi guadagnare questo diritto? Poichè nell'infanzia non vi siete mai sentite sicure, avete un bisogno disperato di controllare il vostro uomo e la vostra relazione? Mascherate i vostri sforzi di controllare persone e situazioni con il pretesto di essere "soccorrevoli"? in una relazione siete più in contatto conn il vostro sogno di "come potrebbe essere" che con la realtà dei fatti? Siete dedite agli uomini e alle sofferenze emotive come una droga? Forse siete predisposte emotivamente, e spesso biochimicamente, a diventare dipendenti da droghe, da alcol, e/o da certi cibi, in particolare i dolci? Essendo attratte da persone con problemi, che hanno bisogno di essere risolti, e lasciandovi coinvolgere in situazioni caotiche, incerte, ed emotivamente penose, dimenticate le responsabilità che avete verso voi stesse? Forse avete una tendenza alla depressione, che cercate di prevenire con l'eccitamento che viene da un rapporto sentimentale instabile? Non trovate attraenti gli uomini gentili, equilibrati, degni di fiducia che forse si interessano a voi?Questi "bravi ragazzi" vi sembrano noiosi?
La capacità di amare dipende proprio dalla capacità dei membri della coppia di percepirsi e rispettarsi come individui separati, cioè di riconoscere l’altro nella sua diversità senza per questo perdere di vista la propria individualità. Il legame amoroso diventa disfunzionale e problematico quando il vincolo di coppia offusca i propri bisogni e ci si incatena all'altro soffocando la propria individualità e , i questi casi si parla di Love Addiction o Dipendenza Affettiva Patologica.
Una relazione sentimentale può essere considerata disfunzionale se vengono rispettati tre o più dei seguenti criteri:
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Esistenza di una sindrome da astinenza per l’assenza dell’amato, caratterizzata da significativa sofferenza e un bisogno compulsivo dell’altro;
- Considerevole quantità di tempo speso per questa relazione (in realtà o nel pensiero);
- Riduzione di importanti attività sociali, professionali o di svago;
- Persistente desiderio o sforzi infruttuosi di ridurre o controllare la propria relazione;
- Ricerca della relazione, nonostante l’esistenza di problemi creati dalla stessa;
- Esistenza di difficoltà di attaccamento, come manifestato da uno dei seguenti:
- (a) ripetute relazioni amorose esaltate, senza alcun periodo di attaccamento durevole;
- (b) ripetute relazioni amorose dolorose, caratterizzate da attaccamento insicuro”
Nei casi estremi, per es. anche quando il partner è violento fisicamente, i pazienti dipendenti tendono a giustificarlo, si isolano, mentono o non chiedono aiuto pur di proteggerlo; spesso purtroppo non riescono a lasciarlo anche quando è a rischio la loro incolumità fisica. Generalmente, i pazienti con dipendenza affettiva sono consapevoli degli effetti devastanti che il partner ha nella loro vita, ma esattamente come i tossicodipendenti, non riescono ad astenersi dalla relazione .Chi soffre di dipendenza affettiva si sente inadeguato e non degno di amore e vive costantemente con il terrore di essere abbandonato dal partner. La paura dell’abbandono induce al tentativo di controllare l’altro con comportamenti compiacenti di estrema sacrificalità, disponibilità e accudimento, con la speranza di rendere la relazione stabile e duratura.
La tendenza stessa a costruire una relazione di non mutualità, ma in cui l’altro e i suoi bisogni siano centrali, induce a lasciare spazio a personalità egocentriche e anaffettive, che finiscono per confermare in chi soffre di dipendenza affettiva la paura di non poter essere degni di amore. infatti la scarsa autostima spinge la persona che soffre di dipendenza affettiva a leggere la scarsa disponibilità dell’altro non come informazione sull’altro (“è un narciso egocentrico”), ma come informazione su di sé (“non mi ama perché io non vado bene”).
A volte, a causa di un torto subito dal partner, la rabbia può momentaneamente spingere chi soffre di dipendenza affettiva a dire basta e a chiudere la relazione, ma inevitabilmente, i sintomi dell’astinenza (depressione e incapacità di provare piacere, ansia, sensazione di vuoto ecc.) spingono a perdonare il partner e a giustificarlo rientrando così nel circolo vizioso di una relazione tossica.
Nei disturbi di personalità è frequente riscontrare dipendenza affettiva.
I pazienti con Personalità Dipendente sono caratterizzate dalla dipendenza dagli altri, cioè sono incapaci di vivere in maniera autonoma e hanno sempre bisogno di consigli e rassicurazioni. Quando sono soli si sentono indifesi e senza punti di riferimento, vivono costantemente con il terrore di essere abbandonati dal partner.
Pur di scongiurare il temuto abbandono sono disposti a fare cose spiacevoli e degradanti (ad es. si fanno sfruttare economicamente o sessualmente, tollerano l’infedeltà e nei casi estremi la violenza); anche i pazienti con Disturbo Borderline di personalità hanno serie difficoltà a stare da soli e adottano comportamenti dipendenti (ad es. si mettono a completa disposizione del partner e lo idealizzano). Hanno relazioni affettive caotiche caratterizzate da una passione travolgente, ma anche da discussioni violente; i pazienti con questo disturbo vivono con il terrore di essere abbandonati dal partner ma temono, nel contempo, di dipendere da lui e di perdere la propria autonomia.
I pazienti con Disturbo Istrionico di personalità temono la solitudine e sono travolti dall’angoscia davanti alla separazione; hanno costantemente bisogno di attenzione, approvazione e sostegno. Anche chi soffre di Disturbo Narcisistico di personalità non è immune, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dalla dipendenza affettiva dal partner. I così detti narcisisti covert, infatti sono afflitti da pensieri di fallimento costante, mostrano scarsa autostima, sono molto attenti al giudizio altrui e ruminano costantemente, nelle relazioni mostrano un attaccamento ansioso dovuto alla costante paura del rifiuto e dell’abbandono.
I risultati hanno permesso di confermare un modello eziopatogenetico della love addiction che individua, quali fattori predisponenti, la presenza di traumi di abuso emotivo e di negligenza emotiva, gli stili di attaccamento preoccupato e timoroso, la presenza di sintomi dissociativi a livello patologico, la difficoltà, clinicamente significativa, nella regolazione delle emozioni.












