congresso EABP

Congresso Virtuale EABP 2021: Senso e Sensazioni

Congresso Virtuale EABP 2021 “Senso e Sensazioni”: 

l’esperienza della pienezza nella psicoterapia corporea

I congressi EABP offrono eventi calorosi, stimolanti e gioiosi in cui i membri delle nostre comunità di Psicoterapia Corporea e Psicologia Somatica possono condividere esperienze, conoscenze, pensieri e idee con altri membri e con professionisti di professioni sanitarie affini, oltre all’EABP.

Date le numerose sfide e lotte degli ultimi due anni per l’intera comunità mondiale, il Comitato di pianificazione del congresso dell’EABP e il Consiglio di amministrazione dell’EABP ci offrono uno spazio virtuale per riunirci, condividere idee e riconnetterci. Un incontro virtuale di membri e di coloro che sono interessati a BP, dove ci riconosciamo e celebriamo insieme.

I nostri Keynote Speakers, i nostri Whole Congress Workshops e i nostri Symposia riprenderanno il tema del Virtual Congress, dal 10 al 12 settembre 2021:

Venerdì abbiamo una presentazione interattiva della dott.ssa Marianne Bentzen, membro dell’EABP. Segue una tavola rotonda con l’ultimo presidente e attuale presidente del Think Tank Committee, Lidy Evertsen e l’attuale presidente, Carmen Joanne Ablack.

Sabato abbiamo una presentazione dell’EABP e del membro del consiglio, la dott.ssa Kathrin A. Stauffer. A seguire, un panel con il membro del consiglio di amministrazione, Fabio Carbonari, e il precedente segretario generale, Sladjana Djordjevic.

La domenica pomeriggio ci sarà una sessione speciale di domande e risposte con il dottor Stephen W. Porges. Il dottor Porges parlerà di una serie di domande inviate da alcuni dei nostri membri. A seguire un panel di discussione con i professori Genovino Ferri e Maurizio Stupiggia.

A nome di tutti i membri desideriamo ringraziare i nostri precedenti colleghi del Congress Planning Committee (CPC) per il loro duro lavoro e dedizione: Maurizio Stupiggia, Lidy Evertsen, Fabio Carbonari, Genovino Ferri, Carmen Joanne Ablack e Rosanna De Sanctis.

Grazie a ciascuno di voi per tutto il vostro lavoro e il continuo supporto mentre andiamo avanti.

Il nostro 17° Congresso Internazionale (virtuale) EABP 2021 offre una gamma altrettanto entusiasmante di relatori, workshop e simposi per permetterci di ritrovarci in scambi e discussioni che aiuteranno a modellare il nostro pensiero e approcci al nostro lavoro BP nella società in futuro, in un mondo molto cambiato e mutevole.

Leggi altri articoli del blog.

 


maurizio stupiggia femminicidio

Emma e le altre, quali dinamiche dietro il femminicidio? Lo psicologo: "Manca l'educazione a separarsi"

Maurizio Stupiggia, psicologo, psicoterapeuta e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Biosistemica di Bologna nonchè docente all'Università di Milano prova ad analizzare il femminicidio di Emma Pezemou dal punto di vista della "mente".

 

"Fin da quando siamo piccoli ci raccontano delle fiabe che finiscono con un classico "E vissero tutti felici e contenti". Bisognerebbe aggiornare queste favole". Dall'efferato omicidio avevnuto nel weekend a Bologna parte l'analisi di Stupiggia, psicologo e psicoterapeuta, che indaga l'animo umano fino a rintracciare nodi ancestrali
Cosa potrebbe essere successo fra la studentessa camerunense e il suo compagno, che gli investigatori ritengono responsabile di aver ucciso, dissezionata e gettatovin un cassonetto la compagna per poi tolgleirsi la vita?
Non solo nel caso specifico, ma anche in generale, quali dinamiche scattano nei casi di femminicidio?
"Non conoscendo l'episodio e la storia di questa coppia nei dettagli, la prima cosa a cui penso davanti a fatti drammatici come quello accaduto in questi giorni, è che ci manca l'educazione a separarsi. Manca in tutto il pianeta, non si parla di differenze fra Paesi: siamo in Camerun come in Italia. Fin da quando siamo piccoli ci raccontano delle fiabe che finiscono con un classico "E vissero tutti felici e contenti". Bisognerebbe aggiornare queste favole con narrazioni diverse e aperte, visto che è anche su queste che costruiamo le nostre aspettative di vita e che da piccoli, quando le ascoltiamo e le assorbiamo, non disponiamo ancora di un apparato critico. E se poi il re è felice e la regina no? Se è la regina a non essere felice?".

Il problema nei casi di femminicidio sarebbe dunque l'incapacità di accettare (da parte dell'uomo), la fine di una relazione?
"Un copione che ritroviamo spesso ci racconta questo, ma in questa chiacchierata stiamo generalizzando. Potrebbe però essere il caso della storia fra Emma e il suo compagno, che alla fine l'avrebbe uccisa. Assistiamo spesso a omicidi-suicidi e se è vero che ogni soggetto ha i propri sentimenti, credo che succeda qualcosa che possiamo definire 'rabbiosa impotenza' per cui si sente di essere senza via di uscita. L'uomo è il colpevole ma la situazione è asfissiante e si arriva a una distruttività profonda che puà essere eterodiretta o autodiretta: verso gli altri o verso se stessi. Consideriamo anche che a volti siamo obbligati a restare insieme dalla cultura. Quello che può aiutare la coppia è l'apertura verso l'esterno".
Cosa ci succede quando proviamo terrore?

"Si rompono le connessioni con gli altri. Si sprofonda in uno stato di solitudine interna estrema. Ci si sente gli unici al mondo capaci di provare questa cosa, chiamata senso di emotional isolation. In pratica non si ha più il senso di fiducia che permette di condividere con l'altro".


negazionisti

Psicologia dei negazionisti. Dai meccanismi difensivi alla paranoia

Covid, negazionisti e meccanismi psicologici difensivi

Il 10 ottobre è andata in scena a Roma la manifestazione dei negazionisti, dei no mask, dei no vax, in sintesi la manifestazione dei signor no.

Dopo aver visto diversi video, mi sono posto alcune domande:

Perché lo fanno? Hanno ragione? Sono matti? Sono ingenui? Sono criminali? Sono ignoranti? Perché negano ciò che sta accadendo su scala mondiale?

Michael Specter, nel 2009, affermò che il diniego e la negazione emergono nella società quando le persone devono affrontare cambiamenti traumatici che non riescono a sopportare.

A causa del Covid-19 stiamo affrontando un cambiamento generazionale che per alcuni è insopportabile, un vero e proprio trauma collettivo, pertanto da un punto di vista psichico è naturale che emergano meccanismi difensivi tanto forti quanto è forte l’evento che stiamo vivendo.

Da psicologo credo nella buona fede delle persone, anzi, credo nella buona fede dei meccanismi difensivi della Psiche; per questo motivo ho deciso di parlarvi della negazione psicologica, il meccanismo difensivo proposto da Sigmund e Anna Freud.

La negazione (Verneinung)

Secondo Freud, la Verneinung (la negazione) subentra quando c’è qualche aspetto della realtà che troviamo insopportabile, insoddisfacente o conflittuale e, per difenderci da questo elemento che ci procurerebbe una sofferenza inaudita, mettiamo in atto un meccanismo difensivo immaturo che ci consente di negarla.

Secondo Freud è un meccanismo che emergerebbe soprattutto in relazione a dinamiche psicologicamente vigorose come la morte o la violenza sessuale.

Il Covid è una grandissima minaccia contro la nostra salute e quella dei nostri cari, è una minaccia reale di morte e di limitazione fisica, ed è per questo che nella psiche delle persone può emergere un meccanismo difensivo come quello della negazione.

Il meccanismo difensivo ci permette di far rimanere intatta la nostra personale struttura psichica, in altri termini ci rende sicuri. Essere sicuri, in altre parole, significa avere dei meccanismi difensivi funzionali.

Diniego

Anna Freud, qualche anno dopo il padre, descrisse invece l’aspetto più arcaico della negazione, ovvero il diniego, nel quale disconosciamo interi aspetti della realtà che sono per noi insopportabili.

La negazione danneggia sé stessi e gli altri

Il problema della negazione e del diniego è che possono produrre delle conseguenze negative e distruttive per sé stessi e per gli altri. Ogni meccanismo di difesa è in realtà necessario alla sopravvivenza, fino a quando, però, diventa distruttivo

Negare un pezzo consistente della realtà impedisce la risoluzione del problema e induce ad atti violenti, ad azioni aggressive e, nei casi più estremi, a costruzioni paranoidee, quindi a psicosi (dittatura sanitaria, governo mondiale, 5g, etc…)

Tra l’altro è indicativo il fatto che alcuni (e sottolineo alcuni) di loro siano persone che hanno paura della dittatura sanitaria, ma inneggiano il duce: “finché avrò vita, forza e viva il Duce!”. Questo è un palese meccanismo proiettivo.

Come riconoscere la negazione? La doppia negazione

Ora ci divertiamo un po’ perché il buon Freud ci ha tramandato almeno due modi per riconoscere il meccanismo difensivo della negazione, tuttavia qui mi soffermerò solo sulla doppia negazione.

Dal punto di vista linguistico, infatti, possiamo riconoscere questo meccanismo difensivo quando nel parlato c’è una doppia negazione

Partiamo dall’iconica signora di Mondello: “Buongiorno da Mondello! Non ce n’è coviddi, non c’è niente, a Palermo non abbiamo niente.”

Questa frase è un tripudio di doppie negazioni.

Provate a spulciare le interviste nelle manifestazioni no-covid o no-mask, e troverete diverse doppie negazioni oltre che molta aggressività e ideazione paranoidea.

Ad esempio nel video di Fanpage sono presenti frasi del tipo: “Le mascherine non servono a niente, servono solamente per imporre una dittatura sanitaria” (min. 1:37); “Il Covid, no, no, esattamente no, non esiste”; “No, non ci sono proprio morti per Covid” (min. 6:12).

La questione più importante è che c’è un’evidente negazione di una parte di realtà dolorosa, con conseguente costruzione fantastica di una nuova realtà più sopportabile in termini di sofferenza. Come ad esempio nel caso di una signora che, durante la manifestazione, ha suggerito un metodo davvero troppo ingenuo per raggiungere l’immunità di gregge: abbracciarci e baciarci tutti.

E se dicessimo “no” alla negazione?

Cosa accade quando, da un punto di vista psicologico, si cerca di intervenire in modo diretto, negando un meccanismo difensivo?

Chiusura. E nei casi estremi rabbia e violenza.

Conclusioni

Quando Freud nel 1925 parlava di negazione, si riferiva al fatto che alcune cose dolorose possono essere espresse solamente sottoforma di negazione.

Il Covid è un trauma individuale e collettivo che ha messo in crisi la nostra struttura psicologica.

Quando vedo i no vax, i no covid e i no mask che con tanta veemenza negano un aspetto della realtà vedo delle persone in grave difficoltà. Vedo delle persone che non riescono ad esprimere il loro disagio e pertanto negano la realtà.

Quando ascolto i negazionisti vedo delle persone in difficoltà e ho paura. Ho paura perché, parafrasando Jung, se non ti rendi conto delle tue paure saranno le tue paure a controllare te.


La regolazione affettiva in Fototerapia Psicocorporea

Di seguito un interessante articolo del Dott. Alessandro Pesce, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento Biosistemico: un'immagine, osservata assieme ad un Professionista, diventa un medium per l'approfondimento, l'espressione e la regolazione emozionale aiutando le persone a riconoscere e a promuovere le proprie risorse e a far emergere un solido senso di sé.

 La regolazione affettiva in Fototerapia Psicocorporea
L'utilizzo delle immagini per la regolazione emozionale e il ben-essere

«Guardare è toccare a distanza, guardare è immischiarsi.»
(Baldine Saint Girons)

Premessa
Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è la diversità degli ambiti d'applicazione in cui le scienze psicologiche possono portare il loro contributo nel miglioramento della qualità della vita degli individui, delle coppie, delle famiglie, dei gruppi e dell'intera collettività. La mia curiosità e passione professionale mi hanno sempre spinto ad interessarmi a diversi ambiti della salute mentale, della psicopatologia, dell'arte e delle neuroscienze per comprendere cosa accade nella mente degli esseri umani quando sono felici, realizzati e riescono a rendere virtuose le proprie risorse, o viceversa quando soffrono, sono disperati e si sentono irrimediabilmente persi. Ciò che amo è poter essere testimone di questi slanci vitali e ricercare strumenti per assistere il miracolo della risalita dagli abissi esistenziali in cui a volte gli esseri umani sprofondano.
In questi anni ho imparato che la salute e la malattia non possono essere viste come due condizioni separate in compartimenti stagni, governate dal principio dicotomico tutto/niente o sano/malato: piuttosto mi riconosco maggiormente nella visione di questi concetti collegati da un continuum, in cui la sfida non consiste tanto nell'essere sani o malati, quanto nel trovare il migliore livello di equilibrio e adattamento a seconda della sfida esistenziale che un individuo si trova ad attraversare. Alla luce di questo paradigma d'osservazione i concetti di salute e malattia sfumano gradualmente verso lo sfondo, lasciando il posto alla ricerca di essere integrati e connessi con sé stessi e con il mondo. La nostra capacità di provare piacere nello stare con noi stessi, di stare bene con gli altri, e di gestire gli stress quotidiani della nostra vita dipende dal conseguimento della regolazione affettiva (Cozolino, 2002) che si traduce nella capacità di raggiungere i più adeguati livelli di equilibrio tra il proprio mondo interno (mentale e corporeo) e il mondo esterno (relazionale e sociale).
Corpo, mente e relazione diventano perciò i termini chiave per l'osservazione e la valutazione del nostro benessere, che coincide con la capacità di essere "con l'altro nel mondo".

  1. Le emozioni, la bussola dell'esistenza
    Se assumiamo che corpo, mentee relazione sono i tre paradigmi su cui si fonda la regolazione affettiva, le emozioni possono essere considerate la manopola che regola i flussi di comunicazione e interazione fra queste tre parti. Le emozioni, infatti, nascono dai sistemi di base sottocorticali (inconsci) e veicolano il dialogo cervello-corpo-ambiente al fine di raggiungere i più adeguati livelli di adattamento (Rustin, 2013) ed è da questa complessa interazione che si formano immagini somatosensoriali da cui nasce la mente. Sensazioni e percezioni diventano consapevoli trasformandosi in sentimenti, valori, scelte (Damasio, 1995).
    Come già scriveva Darwin nel 1872, l'emozione (dal latino emovere, muovere fuori, scuotere) nasce dal corpo, ovvero dai centri cerebrali profondi e orienta l'organismo alla reazione più adeguata (proprio come una bussola biologica), dando forma e direzione alle nostre azioni, la cui espressione primaria avviene mediante i muscoli del viso e del corpo. Attraverso le espressioni facciali, i movimenti e le posture, le emozioni diventano relazione, comunicando agli altri i nostri stati mentali e affettivi; allo stesso modo, il nostro paesaggio emozionale viene contaminato dall'espressione mimica degli altri in un continuo scambio esplicito ed implicito di informazioni non verbali. Infine, le emozioni influenzano e sono influenzate dai nostri processi mentali, attraverso messaggi ascendenti e discendenti tra i centri corticali, limbici e quelli viscerali (Edelman, 1989; LeDoux, 1996; Liss, 2006; Porges, 2011). Per questo motivo Damasio (1999) definisce le emozioni come la più alta espressione di bioregolazione di un organismo complesso.
    In altri termini, l'emozione è un crocevia dove si incontrano istanze differenti: sensazioni viscerali, movimenti muscolari, pensieri e immagini; tutto questo all'interno di una cornice relazionale e ambientale che ne plasma l'origine e ne sovradetermina il senso (Stupiggia, 2009). In quest'ottica corpo, mente e relazione sono elementi distinti e interdipendenti di un tutto organizzato e mediato dai processi emozionali, dal cui equilibrio dipende il nostro benessere biopsicosociale, che coincide con la regolazione affettiva.

Il fondatore della Biosistemica J. Liss diceva: "l'emozione è come un fiume, se è secco siamo nel deserto, se è sovrabbondante anneghiamo". Attraverso questa metafora descriveva l'importanza di poter avere degli argini sufficientemente capienti da poter offrire uno spazio in cui l'emozione possa da una parte esprimersi per essere vivi e connessi con la vita, e dall'altra essere contenuta e regolata nel rispetto di sé stessi e degli altri. Con la metafora dell'argine, descriveva un aspetto fondamentale del terapeuta nella relazione d'aiuto.
Attualmente, tutte le forme di terapia considerano la disregolazione degli affetti e i deficit relazionali come una condizione fondamentale dei disturbi psichiatrici, compresi i disturbi di personalità, e perciò condividono lo scopo comune di migliorare l'efficacia dei processi emozionali di autoregolazione emotiva (Schore, 2009). È all'interno di quest'ottica che emerge la necessità di strutturare tecniche di intervento che aiutino le persone ad accrescere, esprimere e regolare il proprio paesaggio emozionale.
Anche la Fototerapia Psicocorporea converge in questa direzione.

  1. La regolazione affettiva
    Per comprendere meglio la regolazione affettiva dobbiamo conoscere dove ha origine e come si sviluppa: un neonato viene al mondo con limitate capacità di autoregolazione e dipende in tutto e per tutto da un caregiver sintonizzatoche - oltre a soddisfare i suoi bisogni biologici di base - lo sostiene e lo supporta nella crescita e nella costruzione del suo "sé nel mondo". Lo scambio relazionale di questa nuova diade è squisitamente senso-motorio: avviene cioè attraverso un dialogo corporeo, non linguistico, fatto di tatto, contatto e scambio emotivo attraverso sguardi, gesti ed espressioni facciali. L'interazione non sarà mediata dai contenuti verbali in sé, piuttosto dal tono, ritmo e prosodia con cui bambino e caregiver comunicano. Come scrive Van der Kolk (2014) la qualità della regolazione affettiva che scaturisce da questo scambio è direttamente proporzionale alla capacità di stabilire una sintonizzazione fisicae ritmica con le figure di attaccamento.
    Per assicurare il graduale sviluppo dei sistemi neurali coinvolti nella regolazione affettiva, un bambino deve essere protetto da stati affettivi troppo intensi, prolungati e opprimenti (Cozolino, 2002): disregolazione affettiva, traumi e stress prolungato portano a una perdita di neuroni in tutti i circuiti limbico-corticali compromettendo la regolazione affettiva e le capacità integrative del cervello. Viceversa, interazioni emotivamente stimolanti con il caregiver generano crescita cerebrale che rende il bambino capace di tollerare livelli crescenti di emozioni, mentre conserva l'autoregolazione e mantiene gli ormoni dello stress a un livello ottimale (Schore, 2003). Lo sviluppo di queste abilità, a sua volta, aumenta la capacità del cervello di crescere, stabilire connessioni ed integrarsi. Facendo un esempio di una situazione ideale, immaginate un bambino molto piccolo che incontra il proprio papà al rientro a casa dopo una giornata intera che non lo vede. Immaginate che appena il papà apre la porta gli sorride ed esclama il suo nome con gioia. Immaginate questo bambino che per l'emozione e il piacere gli tende le braccia e il papà lo prende prontamente in braccio e cominciano a sorridere assieme per la felicità di rincontrarsi. Questo scambio a mediazione non linguistica, fatto di sorrisi, sguardi eccitati, contatto corporeo e vocalizzi gioiosi, si sviluppa attraverso i loro corpi veicolando emozioni e sentimenti fondamentali come attesa, gioia, tenerezza, sicurezza, fiducia, ecc. Decine di momenti come questi rimarranno scolpiti nella memoria corporea (implicita) del bambino (e anche del padre) trasformandosi successivamente in valori, pensieri, sistemi di credenze, aspettative e previsioni sugli accadimenti della propria vita relazionale e sociale. Ad esempio il bambino può imparare che "la frustrazione dell'attesa può essere ripagata", "le persone attorno a me mi amano e sono felici di vedermi", "se tendo le braccia qualcuno per me ci sarà", e via dicendo.
    Prima degli studi sull'infant research si pensava che il bambino fosse come un "foglio bianco" o un "contenitore vuoto" che i caregivers "riempivano" con i propri contenuti al meglio delle loro capacità. In realtà oggi sappiamo che anche il neonato è un agente attivo nella costruzione di quella sintonizzazione di cui abbiamo parlato fino ad ora: si crea in questo modo un sistema di mutua regolazione le cui caratteristiche dipendono simultaneamente dalle capacità regolatorie del bambino e dalla funzione di sostegno regolatorio svolto dal caregiver. La qualità di tale sintonizzazione non dipende tanto dalle interazioni positive in sé, quanto dalla capacità da parte di entrambi i membri della diade, di riparare e ripristinare la sintonizzazione precedente la rottura. In altri termini, Tronick (2008) evidenzia come il sistema di regolazione caregiver-bambino proceda attraverso stati di sintonizzazione affettiva coordinati (match) e non coordinati (mismatch), in cui possono emergere errori interattivi da parte di entrambi, con la conseguente emergenza di affetti negativi. In condizioni di interazione normale gli errori vengono riparati rapidamente dal caregiver (reparation), determinando l'emergenza di nuovi stati coordinati. Ripetute esperienze di passaggio dalla regolazione alla disregolazione e nuovamente a uno stato regolato sono immagazzinate nelle reti della memoria implicita che è sensoriale, motoria ed emozionale (Cozolino, 2002) e creano pattern stabili di strategie di regolazione emozionale che si mantengono costanti per l'intero arco vita. Anche da adulti, infatti, sappiamo bene quanto uno sguardo accogliente, una carezza o un abbraccio possano valere "più di mille parole" e quante volte, al contrario, in una discussione ci siamo sentiti gelare il sangue non tanto per i contenuti espressi dal nostro interlocutore, quanto dal tono o da uno sguardo tagliente.
    La comunicazione non verbale - pertanto - rimane per tutto l'arco di vita il nucleo centrale che determina il senso delle nostre interazioni e dei nostri rapporti affettivi e sociali, e il corpo è il principale teatro attraverso cui questo scambio avviene.

2.1 La memoria implicita
La conoscenza dei diversi sistemi di memoria sta avendo importanti implicazioni in ambito clinico: in particolare la memoria implicita ha stimolato molte riflessioni sulle dinamiche inconsce, i cui contenuti sono riferibili a protorappresentazioni percettivo-motorie avvenute precocemente, prima dello sviluppo delle competenze linguistiche. Il neonato possiede già alla nascita un alto livello di organizzazione delle esperienze emotive e percettivo-sensoriali: è in grado di organizzare rappresentazioni pre-simboliche dei modelli di interazione che si consolidano all'interno della relazione d'attaccamento precedentemente descritta. La memoria implicita è presimbolica o anche simbolica e, in larga parte, è preverbale: non è riconoscibile, nè ricordabile coscientemente, inizia in epoca prenatale e perinatale, e rimane sempre attiva durante lo sviluppo condizionando emozioni, affetti e pensieri dell'individuo per tutta la vita (Mancia, 2007).
Questa memoria si è formata a partire dagli ultimi mesi della gestazione: le strutture cerebrali implicate nella memoria implicita sono l'amigdala, i nuclei della base, la corteccia motoria e la corteccia percettiva. Già nella vita intrauterina vengono immagazzinate dal feto le comunicazioni non verbali con la madre, mediate dalla frequenza dei ritmi respiratori e cardiaci e - dalla nascita in particolare - dalla prosodia della voce materna, costituendo un "modello di costanza, ritmicità, musicalità" su cui si organizzano le prime rappresentazioni del bimbo (Mancia, 2007). Nell'età preverbale le esperienze somatiche, sensoriali, motorie ed emotive, vanno a costituire la memoria implicita e costruiscono le reti neurali che forniscono al bambino le fondamenta per la capacità di sentire un sé somatico anche in età adulta. Innumerevoli esperienze di apprendimento - positive e negative - vengono organizzate e immagazzinate nelle reti dell'emisfero destro, e danno origine a ciò che noi chiamiamo "sensazioni viscerali". Concetti astratti sono legati così al nostro corpo attraverso simboli, immagini, sensazioni e percezioni, mettendo in collegamento la nostra mente con il mondo esterno attraverso l'esperienza del nostro corpo.
Quanto emerso fino ad ora evidenzia l'importanza del corpo nella costruzione del sé e delle capacità autoregolatorie e sottolinea la centralità di tutto ciò che è sottocorticale, ovvero di tutto ciò che prescinde la consapevolezza mentale: emozioni, movimenti, posture, contatto fisico e oculare, immagini, percezioni e sensazioni, tono e ritmo della voce. Queste considerazioni sono alla base della Fototerapia Psicocorporea (Musacchi, 2016) che arricchisce la Fototerapia integrando il corpo come agente attivo e porta l'attenzione non solo a ciò che la persona pensa e proietta sul significato dell'immagine scelta, ma anche a ciò che sente nel corpo e più in generale a tutta l'attivazione fisiologica. In Fototerapia Psicocorporea chiediamo al protagonista (paziente/cliente) di contemplare la foto che ha davanti a sé e contemporaneamente ascoltare cosa succede dentro al suo corpo: come cambia la sua respirazione, il suo tono muscolare, cosa succede se prova a "entrare" maggiormente nella foto mettendola in scena o ricreando una postura fisica che la rappresenti. Quali emozioni sente mentre la osserva o la agisce? Dove le sente nel corpo e come sono queste emozioni? Prediligiamo domande in grado di descrivere ed esprimere il sentire intimo (da intimus: che sta dentro) legato all'immagine osservata, al fine di ampliare l'esperienza soggettiva del paziente/cliente e arricchirla di nuovi significati e altre possibili integrazioni. Cerchiamo in questo modo di attingere alla memoria implicita per farne emergere i contenuti alla consapevolezza. Le reazioni corporee all'immagine ci raccontano una storia attraverso un linguaggio difficilmente esprimibile a parole, perché il linguaggio del corpo ha uno statuto molto differente da quello parlato: mentre le parole soggiacciono alla struttura dell'emisfero sinistro che organizza le esperienze in senso sequenziale e logico-lineare, le immagini vengono processate direttamente dall'emisfero destro che assimila e sintetizza intuitivamente la molteplicità del vissuto e porta ad un sapere emotivo.

  1. Fototerapia Psicocorporea e Neuroscienze
    Abbiamo detto che l'obiettivo nella relazione d'aiuto per come noi la intendiamo, è accompagnare la persona ad integrare il sistema corpo-mente-relazionepartendo dall'idea che l'integrazione non è sincretismo, bensì la possibilità di tenere insieme cose differenti ma legate assieme da un punto di connessione: le emozioninel nostro caso. L'assunto della fototerapia è che un'immagine, osservata assieme ad un Professionista, funge da medium e da elemento di connessione e integrazione dei processi emozionali e affettivi perché coinvolge il corpo, la mente e la relazione.
    Le Neuroscienze hanno iniziato solo da poche decine di anni ad occuparsi di arte ed estetica ma in passato diversi autori hanno scritto a proposito dell'importanza delle immagini per accedere al mondo interno. Jung - ad esempio - riteneva le immagini l'elemento costitutivo dell'inconscio e le descriveva come un ponte di connessione dinamica tra la mente e il corpo, tra l'esperienza conscia e quella inconscia, denominando questa connessione "unità organica". Ad oggi, le neuroscienze studiano la relazione tra immagine, cervello e corpo dimostrando come l'esperienza estetica coinvolga congiuntamente aree cerebrali a diversi livelli, innescando reazioni nelle aree cognitive superiori, nei centri deputati alla rielaborazione emozionale, fino a coinvolgere i processi viscerali e sensomotori. Anche in questo senso la Fototerapia risulta essere uno strumento integrativo.
    Oltre agli studi di Semir Zeki - fondatore della Neuroestetica e pioniere in questo campo - di particolare interesse sono gli studi del team di Rizzolatti dell'Università di Parma, che nella seconda metà degli anni novanta hanno portato alla scoperta dei neuroni specchio e del mirror system : un sistema biologicamente determinato che mette in diretta connessione ciò che vediamo con ciò che facciamo e sentiamo. Il mirror system mette cioè in relazione diretta e non linguistica il protagonista e l'osservatore. Questo concetto è fondamentale per noi, ed è alla base delle teorie che sostengono la Fototerapia Psicocorporea.

3.1 Vedere è sentire
Come abbiamo visto in precedenza, la sensazione di esistere si radica primariamente attraverso il corpo e dipende dalla sintonizzazione affettiva esperita all'interno delle precoci relazioni di attaccamento. Anche da adulti, infatti, sappiamo quanto sia importante sentirsi visti e capiti e poter condividere il nostro mondo interno con qualcuno di significativo. Questi presupposti valgono anche nella relazione tra paziente e terapeuta e sono alla base dell'empatia. Si pensava che l'empatia fosse una funzione cognitiva, una qualità legata all'intelligenza cosciente: oggi invece sappiamo che l'empatia (dal greco en pathòs: sentire dentro) è la capacità biologica di sintonizzarci con l'altro attraverso il nostro corpo. Tale meccanismo è consentito dai neuroni specchio, i quali attivano schemi motori nell'osservatore corrispondenti a quelli che si attivano nel cervello di chi sta compiendo un'azione, riproducendo internamente una simulazione di ciò che accade esternamente. Questa "simulazione incarnata", come la definisce Gallese, vale anche per le esperienze emozionali e somatosensoriali: se si osserva un'emozione espressa dalla mimica facciale di qualcuno, quegli stessi muscoli facciali si attivano anche in chi osserva e - analogamente - guardando una persona mentre viene toccata, carezzata, massaggiata, picchiata o ferita, si riattivano le stesse aree somatosensoriali che rappresentano quell'esperienza dentro di noi. In altri termini, l'empatia ci permette di comprendere l'esperienza volitiva, emotiva e sensoriale degli altri a partire dal nostro corpo (Ammaniti & Gallese, 2014). I neuroni specchio permettono di mettere in relazione ciò che vediamo con ciò che sentiamo grazie al processo della simulazione incarnata che permette di instaurare una relazione di tipo diretto e non-linguistico con lo spazio, gli oggetti, le immagini, le azioni, le emozioni e le sensazioni altrui, tramite l'attivazione di rappresentazioni sensori-motorie e viscero-motorie nel cervello dell'osservatore. "La simulazione incarnata ci mette in risonanza con il mondo e permette di instaurare una relazione dialettica tra corpo e mente, soggetto e oggetto, io e tu" (Gallese, 2015).
È da chiarire che "empatia" non significa essere l'altro o sentire esattamente ciò che sente l'altro, è piuttosto un com-prendere, un "sentire dentro di me ciò che proverei nei tuoi panni": permette sia l'identificazione che la differenziazione sé-altro. L'empatia è la capacità - usando le parole di Gallese - di vivere l'altro come altro sé e contemporaneamente riconoscere in ciò che vedo qualche cosa con cui risuono.
Questo concetto è fondamentale per il professionista della relazione d'aiuto che ha il compito di comprendere dentro di sé come l'altro potrebbe sentirsi emotivamente per entrare in una profonda sintonizzazione, senza tuttavia confondere il proprio vissuto con quello del paziente/cliente.

3.2 L'immagine è corpo
La scoperta dei neuroni specchio ha fornito un contributo alla ridefinizione e comprensione rispetto alla percezione delle immagini e la costruzione del nostro mondo di relazione con le cose e con gli altri. Azione, percezione e cognizione sono parole e concetti che descrivono modalità differenti ma indissolubilmente legate dell'essenza incarnata e relazionale degli esseri viventi, uomo incluso (Gallese, 2015). Secondo Gallese & Freedberg (2008) questi neuroni sarebbero infatti responsabili delle risposte emotive alle opere d'arte, in particolare per quanto riguarda l'immedesimazione con esse. Questi concetti sono fondamentali in Fototerapia e ci guidano nella costruzione di strumenti mirati per la regolazione emozionale. Vedere è un'azione tutt'altro che passiva, dice la filosofa Baldine Saint Girons: "guardare è toccare a distanza, è immischiarsi; gli sguardi sono corpo". Questa sorta di empatizzazione con l'oggetto artistico è in grado di "bypassare" il pensiero logico lineare e generare a livello corporeo un sapere emotivo elicitato dalle opere.
Quando osserviamo una fotografia "incorporiamo" dentro di noi il senso soggettivo di quell'immagine, che è inevitabilmente diverso se ad osservare la stessa fotografia sarà un'altra persona. La scrittrice Anaìs Nin, infatti, dice che noi non vediamo il mondo per come è, vediamo il mondo per come siamo, riassumendo in senso più "poetico" quanto descritto fino ad ora. In questo senso sappiamo che mentre descriviamo una fotografia noi non parliamo mai solo dell'immagine in sé, ma stiamo aprendo all'altro il nostro "mondo soggettivo" fatto di emozioni, sensazioni, ricordi e relazioni.
Pertanto, in Fototerapia Psicocorporea l'immagine viene considerata come un simbolo (dal greco sin ballen: tenere assieme) perché permette di tenere assieme e integrare la nostra parte cognitiva, corporea e relazionale all'interno di quella cornice emozionale che l'immagine evoca.
Nel prossimo paragrafo vedremo il riassunto di un caso, al quale sono state apportate delle modifiche ai fini della privacy, che possa mostrare in pratica quanto detto fino ad ora.

  1. Il caso di Nina. Non c'è, ma c'è!
    Nina arriva nel mio studio per problemi coniugali. Anzi, per il suo vissuto di grande solitudine che stava logorando il suo senso di sicurezza nella relazione con Giovanni, suo marito. Nina e Giovanni crescono in un piccolo paesino del sud Italia e si trasferiscono a Bologna molto giovani e dopo un primo momento di smarrimento riescono ad ambientarsi abbastanza bene: trovano lavoro, comprano casa e riescono a stabilire nuove amicizie che arricchiscono la loro rete sociale e amicale. Dopo qualche anno, l'azienda in cui lavora Giovanni gli propone di seguire alcuni clienti sparsi per l'Italia e la Svizzera. Entrambi sono felici, nonostante il nuovo impiego avrebbe imposto loro di passare diverse notti separati. Fin dalla prima notte, inaspettatamente, Nina non riesce a dormire per un forte senso di angoscia e inquietudine: "quando lui non c'è non riesco a dormire, mi sento un nodo alla gola e ad ogni rumore sobbalzo! oppure se mi addormento mi sveglio completamente sudata e in preda al panico". Questo suo pervasivo senso di vuoto e angoscia la portava a telefonare molto frequentemente di notte al marito o a lamentarsi e arrabbiarsi ogni volta che Giovanni stava per partire per una trasferta. "Faccio delle vere e proprie scenate, sembro una bambina! Ma non riesco a fermarmi, è più forte di me! Anche mio marito non ne può più e i giorni che precedono la partenza anche lui è nervoso e quando rientra dalla trasferta passano diversi giorni prima che torniamo a stare bene assieme. Non facciamo in tempo a riprendere l'armonia che già deve ripartire e ricomincia l'inferno".
    Durante la terza seduta vedo che Nina è distratta e guarda alternativamente me e un lato preciso della stanza, come se stesse seguendo una partita di ping pong. Le chiedo cosa stesse catturando il suo sguardo e lei mi indica una delle tante foto che ho appese nel mio studio. L'immagine appartiene ad una collezione di un'artista iraniana di nome Bahareh Bisheh. Non avevo ancora impostato un lavoro di Fototerapia perché eravamo ancora nella fase di ascolto e anamnesi, ma colgo l'occasione e le chiedo semplicemente di descrivere l'immagine, cosa vedesse e provasse. "Eh, c'è quella bambina lì da sola, rannicchiata per terra, è un'immagine molto triste". Io tra me e me penso "figurati come si sentirà quando le avvicinerò l'immagine e vedrà che la bambina non è solo sdraiata per terra, ma dentro la sagoma di una mamma disegnata col gessetto!". Personalmente è un'immagine che mi fa pensare ad un lutto, ma come dice anche la fotografa Neil Leifer una fotografia non descrive la realtà ma l'idea che se ne ha. E anche questa volta la Fototerapia mi sorprende e quando avvicino l'immagine, Nina sospira confortata e dice: "ah, meno male! Almeno la mamma c'è!". Io rimango stupito ma seguo l'esperienza di Nina e non faccio interpretazioni: il mio approccio alla Fototerapia Psicocorporea segue il modello di fondo della Psicoterapia Biosistemica che è un approccio espressivo-corporeo fenomenologico(Liss e Stupiggia, 1994). L'approccio fenomenologico non interpreta ciò che osserva, lascia piuttosto emergere ciò che accade per come si presenta e lavora sul vissuto soggettivo che il paziente esprime. In Fototerapia questo aspetto è fondamentale e interpretare l'immagine che la persona sceglie porta con sé il rischio di dare suggerimenti che appartengono più al terapeuta che al paziente stesso. Allora chiedo a Nina di contemplare l'immagine e di continuare a descriverla: "beh, a guardarla bene quella non è una mamma, è una nonna. Lo capisco dal foulard che ha al collo, tipico delle nonne di una volta. Ora, però, torno a sentirmi triste e anche vuota". Dove lo senti nel corpo triste e vuota? Identifico le "parole chiave" nel discorso di Nina (triste e vuota) e le chiedo di esplorarle attraverso una frase direzionale(dove lo senti). La "parola chiave" è una parola "speciale" pronunciata dal paziente: è una parola carica emotivamente, che spicca nella frase o nel discorso o perché stride da un punto di vista del linguaggio, o perché carica di tonalità affettive. Successivamente, la frase direzionale orienta l'attenzione in diverse direzioni: verso l'argomento in oggetto, verso il significato che ha per il paziente o verso il suo mondo interno. Queste tecniche, tipiche dell'approccio biosistemico (Liss, 2004), fungono da "ponte" di connessione tra la parola e il corpo, agevolando il passaggio dall'astratto al concreto. L'obiettivo è quello di "ricucire" i tessuti tra la parte relazionale, immaginativa, corporea ed emozionale nel tentativo di produrre nuovi significati.
    "Sento come un buco nello stomaco, una sensazione di disagio molto profonda, come un buco grigio". Chiedo a Nina di portare la sua mano sullo stomaco, dove c'è il buco grigio e di ascoltare cosa vorrebbe fare il suo corpo e di seguirlo. "Mi viene da ripiegarmi, rannicchiarmi". La incoraggio a seguire il suo corpo e Nina solleva le gambe e si rannicchia sul divano del mio studio. "È come se avessi paura, e fossi irrimediabilmente sola. È esattamente così che mi sento quando Giovanni non c'è... ma è come se da qualche parte, nascosta non so dove, mi sentissi così da sempre". Mettere in scena con il corpo un'immagine permette di entrare maggiormente nel vissuto e stimolare la memoria implicita corporea. Nina chiude gli occhi e piange, un pianto sommesso e silenzioso, ha il respiro bloccato e mi sento così lontano da lei in quel momento, come se quella solitudine avesse pervaso tutta la stanza; così le chiedo di aprire gli occhi e di guardare nuovamente l'immagine.
    Quando l'esperienza del paziente sembra essere eccessivamente intensa e disregolante, possiamo utilizzare l'immagine come strumento di autoregolazione per riportare le emozioni dentro i margini della finestra di tolleranza. Siegel (1999) descrive la finestra di tolleranza come i margini entro i quali stati emozionali di diversa intensità possono essere processati senza che ciò comprometta il funzionamento nel suo complesso. Per alcune persone, elevati livelli di intensità emotiva sono gestibili senza alcuna difficoltà e non impediscono di pensare, sentire e agire in maniera equilibrata ed efficace, mentre in altre persone determinati eventi o emozioni possono interferire con le capacità di regolazione affettiva. Traumi o esperienze disregolanti, specialmente se antiche, possono rimanere inscritte nella memoria implicita e riattivarsi ogni volta che nell'ambiente si presenta una situazione analoga, comportando un'impossibilità di vivere e regolare le relative emozioni e i comportamenti. L'ipotesi che avevo era che il vissuto di solitudine di Nina nasceva da eventi troppo dolorosi e intensi e ogni volta che nella sua vita si ritrovava a rivivere una particolare situazione di solitudine, questi vissuti si riattivavano. Attraverso l'immagine la persona può riportare il vissuto fuori da sé, distaccarsene un po' e riemergere dal buco nero in cui un'emozione troppo intensa può farla sprofondare. Per questo motivo ho chiesto a Nina di aprire gli occhi e di guardare nuovamente l'immagine: "Guardandola mi sento confortata, eppure è così triste!". La invito a rimanere sulla foto e di indicarmi il punto che suggerisce conforto, per ancorarla ad una maggiore sensazione di sicurezza e far emergere nuove connessioni. "La sagoma attorno alla bambina: la nonna non c'è, ma c'è". Io ripeto la frase "la nonna non c'è, ma c'è! ripetiamolo insieme, Nina". Ripetere più volte una "frase chiave" del paziente ne amplifica il vissuto e lo aiuta a mettersi maggiormente in contatto con il significato che contiene. Mano a mano che ripetiamo la sua frase chiave Nina respira di più, si comincia a smuovere dal congelamento in cui si trovava prima e piano piano ritorna seduta sul divano e prende in mano la foto. Capisco che è tornata dentro i margini della finestra di tolleranza e le domando: cosa ti evoca la frase "la nonna non c'è, ma c'è?". Nina fa un'espressione tenera e commossa e dice: "adesso ho capito! Quando ero piccola i miei genitori litigavano sempre, i conflitti erano veramente travolgenti e io mi salvavo andando a casa di mia nonna materna, che era di fronte alla nostra. Era l'unica che si preoccupava per me, era sempre gentile e premurosa e io volevo dormire da lei perché solo con lei mi sentivo al sicuro. Non ricordo cosa successe, perché ero piccola, ma un giorno mio padre litigò anche con la nonna e mi proibì di andare da lei. Così, di punto in bianco! Per me è stato tremendo e la notte non riuscivo a dormire. Allora sai cosa faceva mia nonna? Accendeva e spegneva a intermittenza la luce di camera sua, e io dalla mia cameretta, dall'altra parte della strada, potevo vederla e rispondevo allo stesso modo. Così potevamo darci la buonanotte ma soprattutto era il suo modo per dirmi che mi pensava e che comunque c'era anche se non era lì con me. Allora io mi tranquillizzavo e riuscivo ad addormentarmi".
    "Ecco, Nina, quella bambina ti ricorda te stessa tanti anni fa, quando la notte ti sentivi sola e spaventata. E sembra che ti ricordi anche che esiste più di un modo per sentire vicine le persone che ami". "È proprio così" risponde lei. Questo intervento si chiama riformulazione e riassume il senso di ciò che è avvenuto ed emerso in seduta fino a quel momento ed è utile per almeno due aspetti: permette al paziente di sentirsi visto e riconosciuto aumentando il senso di sicurezza nella relazione e porta ad un'attivazione corticale, che permette di dare un senso cognitivo al lavoro emozionale svolto fino a quel momento. Questo passaggio completa l'integrazione tra la parte cognitiva, emotiva e corporea all'interno di una relazione terapeutica sicura.
    Le sedute sono continuate per diversi mesi e hanno avuto come obiettivo l'aumento del suo senso di sicurezza interno, dando valore tanto alle sue paure quanto alle sue risorse. Oggi Nina tiene sul comodino la sua foto di bambina accanto a quella di sua nonna (davvero ha un foulard legato al collo con un fiocco!), continua a non amare dormire da sola, ma ora è più calma e riesce ad addormentarsi. Giovanni ha compreso meglio il vissuto di Nina e quando lei va in angoscia è più accogliente, rassicurante e riesce ad esplicitare di più quanto anche lei gli manchi quando non dormono assieme.
  2. Conclusioni
    La Fototerapia Psicocorporea è un insieme di tecniche terapeutiche che si avvale dell'uso delle immagini e delle fotografie congiuntamente al lavoro di connessione corporea ed emozionale proprio della Psicoterapia Biosistemica. Il progredire delle neuroscienze ci insegna che le immagini sono corpo e che - come ogni processo corporeo - sono portatrici di significati emozionali e relazionali. La Fototerapia Psicocorporea è caratterizzata da una parte da evidenti basi neuroscientifiche e dall'altra si arricchisce di strumenti espressivo-creativi offrendo al terapeuta un insieme di metodologie teorico-pratiche utili a favorire l'espressione e la regolazione emozionale e integrare il sistema corpo-mente-relazione. Un'immagine, osservata assieme ad un Professionista, diventa un medium per l'approfondimento, l'espressione e la regolazione emozionale aiutando le persone a riconoscere e promuovere le proprie risorse e a far emergere un solido senso di Sé.

Bibliografia

  • Ammaniti, M; Gallese, V. (2014). La nascita della intersoggettività. Raffaello Cortina Editore.
  • Cozolino, L. (2002). Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane. Raffaello Cortina Editore.
  • Damasio, A (1995). L'errore di Cartesio. Adelphi.
  • Damasio, A.R. (1999). The feeling of what happens. New York: Harcourt. Brace.
  • Edelman, G.M. (1989). The remembered present. New York, Basic Books.
  • Freedberg, D., Gallese, V. (2008). Movimento, emozione, empatia. I fenomeni che si producono a livello corporeo osservando le opere d'arte. Milano: Edizioni Arnoldo Mondadori.
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  • Liss, J.; Stupiggia, M. (1994). La terapia biosistemica: un approccio originale al trattamento psico-corporeo della sofferenza emotiva. Franco Angeli.
  • Liss, J. (2004). L'ascolto profondo. Edizioni la Meridiana.
  • Liss, J. (2006). La neurofisiologia delle emozioni e della coscienza. Articolo.
  • Mancia, M. (2007). Come le neuroscienze possono contribuire alla psicoanalisi. Ed. Psicoanalisi e Neuroscienze.
  • Musacchi, R. (2016). Fototerapia Psicocorporea. Franco Angeli Editore.
  • Rustin, J. (2013). The mind-body connection. The Neuropsychotherapist. Issue 2 july-sept.
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  • Schore, A. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del sé. Astrolabio.
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  • Siegel D. J. (1999). La mente relazionale. Neurobiologia dell'esperienza interpersonale. Milano, Cortina 2001.
  • Stupiggia, M. (2009). Come posso stare meglio? L'autoregolazione emozionale: una sveglia un po' complicata. In: Giommi, E.G. e Cristofori, S. (a cura di). Il benessere nelle emozioni. Manuale di counseling biosistemico. Ed. La Meridiana.
  • Tronick, E. (2008). Regolazione emotiva nello sviluppo e nel processo terapeutico. Raffaello Cortina Editore.
  • Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Mente corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.

 


Anoressia Nervosa Atipica

Anoressia Nervosa Atipica: bisogna cambiare i criteri diagnostici?

Anoressia Nervosa Atipica

Per anoressia nervosa atipica si intende un disturbo che presenta una psicopatologia del disturbo alimentare di significativa intensità, ma senza sottopeso.

Sempre più spesso pazienti adolescenti ricoverati per Anoressia Nervosa presentano gran parte delle complicazioni fisiche e cognitive del disturbo alimentare senza però essere sottopeso (condizione fondamentale per la diagnosi).

I Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione stanno cambiando volto, in un contesto dove la prevalenza di sovrappeso e obesità è sempre più evidente.

Immersi in una società performante e con canoni estetici molto esigenti, sono sempre più i giovani che sviluppano un’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme del corpo. Questa preoccupazione può dunque sfociare in un disturbo dell’alimentazione, che molte volte è evidente ai più, mentre altre volte si insidia in maniera atipica e poco evidente.
Immersi in una società performante e con canoni estetici molto esigenti, sono sempre più i giovani che sviluppano un’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme del corpo. Questa preoccupazione può dunque sfociare in un disturbo dell’alimentazione, che molte volte è evidente ai più, mentre altre volte si insidia in maniera atipica e poco evidente.

Un recente studio realizzato presso l’Università di Melbourne in Australia, ha riscontrato che il 31% dei pazienti adolescenti ricoverati per Anoressia Nervosa presentano gran parte delle complicazioni fisiche e cognitive del disturbo alimentare senza però essere sottopeso (condizione fondamentale per la diagnosi di AN). Gli esperti richiedono perciò una modifica dei criteri diagnostici, cercando di considerare “critica” la perdita di peso e non il fatto di essere o meno sottopeso.

Quello a cui stiamo sempre più assistendo è che molti pazienti hanno un peso corporeo nella norma, ma presentano complicazioni caratteristiche di chi soffre di anoressia nervosa tipica, tra cui gli stessi pensieri su alimentazione e cibo. Abbiamo bisogno di ridefinire l’ anoressia perché vi è una percentuale crescente di pazienti con anoressia nervosa atipica, più difficile da riconoscere. La definizione dovrebbe riferirsi alla perdita di peso, non solo al sottopeso – afferma la dottoressa Whitelaw, autrice dello studio.

Lo studio

Nello studio sopra citato, Whitelaw ha esaminato 171 pazienti affetti da anoressia nervosa, di età compresa tra 12 e 19 anni, che sono stati ammessi al programma sui disordini alimentari del Royal Children’s Hospital a Melbourne, in Australia, tra il 2005 e il 2013.

È emerso che 51 pazienti del campione presentavano il disturbo in una forma “atipica” ovvero con psicopatologia del disturbo alimentare di significativa intensità, ma non sottopeso. In questi pazienti si riscontrava comunque una significativa perdita di peso (piuttosto che l’essere sottopeso), associata a una frequenza cardiaca pericolosamente bassa, una complicazione che richiede necessariamente il ricovero. Inoltre questi pazienti con anoressia nervosa atipica soffrivano di bassa pressione sanguigna e mostravano uno squilibrio degli elettroliti nel sangue.

Nessuna complicazione è stata associata indipendentemente al sottopeso, il sintomo tipico, nonché distintivo, dell’anoressia.

Nessuno dei pazienti inclusi nello studio è stato tuttavia monitorato da uno specialista per verificare il loro rapporto con il cibo o i metodi utilizzati per perdere peso.

In conclusione

I pazienti con anoressia nervosa atipica potrebbero aver perso circa un quarto del loro peso corporeo, ma il corpo può andare in “starvation mode” (modalità fame) anche solo perdendo il 10% del proprio peso (se ciò avviene in maniera rapida e brusca), causando il rallentamento della frequenza cardiaca al fine di preservare l’energia.

Mentre l’anoressia nervosa atipica è spesso considerata meno grave dell’anoressia nervosa tipica, le nuove scoperte mostrano che le conseguenze sulla salute possono essere altrettanto pericolose.

Perdere peso molto velocemente e senza un corretto supporto professionale può essere molto pericoloso, e i giovani sono sempre più inclini a prendere misure estreme pur di raggiungere la tanto ambita soddisfazione corporea.
Gli specialisti dovrebbero impegnarsi per monitorare questo tipo di comportamento e cercare di prevenire ed eventualmente trattare questo tipo di manifestazione clinica.

Sulla base di questi risultati e di queste ultime riflessioni, appare chiara l’affermazione della Whitelaw, secondo cui:

È il momento di cambiare gli attuali criteri diagnostici secondo i quali chi soffre di anoressia nervosa deve essere sottopeso


https://www.stateofmind.it/2018/12/anoressia-nervosa-atipica/


stanchezza cronica

Stanchezza generale momentanea o stanchezza cronica?

 

Sentirsi stanchi non significa necessariamente avere una qualche patologia. I cambi stagionali, ad esempio, con i loro mutamenti di temperatura e di quantità di ore di luce quotidiani, possono portare nell’individuo una elevata stanchezza, prolungata per alcuni giorni.

Anche altri cambiamenti e fattori esterni ed interni come il lavoro, i cambiamenti ormonali, un trasloco, un lungo viaggio, un semplice, ma abbondante pasto, addirittura una vacanza possono portare forte affaticamento scompensando gli equilibri psico-fisici caratteristici di ogni persona.

Per quanto detto il provare affaticamento psico-fisico continuo è un qualcosa di nettamente differente dall’essere afflitti da una, seppur intensa, momentanea stanchezza; solitamente risolvibile con del riposo. Tale affaticamento assai prolungato assume nella persona la forma di una vera e propria patologia definita “Sindrome da affaticamento cronico” e può essere imputabile ad una menomazione fisica, ad esempio anemia, malattie virali o della tiroide, e/o ad un disagio psicologico.

La stanchezza generale non deve mai essere sottovalutata, anche in assenza di una precisa causa organica, oltre ad essere un fenomeno debilitante può avere ripercussioni serie sulla vita quotidiana (lavoro, rapporti interpersonali, di coppia). Ci si sveglia, come nei tratti depressivi, già stanchi e a volte ci si ammala molto spesso. Alzarsi più affaticati di quando ci si è addormentati significa che a livello energetico si è verificato uno squilibrio tra consumo e ricarica: le risorse energetiche sono state profondamente intaccate.

La stanchezza cronica

Altra cosa, decisamente più seria, è la stanchezza cronica (CFS: Chronic Fatigue Sindrome) che comprende una condizione costante di stanchezza con presenza di alcuni sintomi particolarmente significativi: febbricola, dolori muscolari e articolari, cefalea, depressione, irritabilità, disturbi cognitivi. Questa sindrome, molto spesso, è il primo segnale di una depressione, non riconosciuta, caratterizzata da apatia, delusione, crollo di importanti aspettative, mancanza di entusiasmo e di desideri, in breve, il soggetto ha perso la voglia di vivere.

La persona particolarmente affaticata è sempre troppo coinvolta dai suoi pensieri, dalle sue preoccupazioni, timori e paure, a tal punto che la bloccano, consumando completamente la sua energia. Lo stato emotivo, infatti, è fondamentale per determinare il livello di energia. Quando si vive un’esperienza di depressione, di dolore o di tristezza, il livello di energia tende ad abbassarsi. Al contrario quando si è felici, allegri il livello energetico sale.

Stanchezza cronica in psicosomatica

La sindrome di stanchezza cronica è il primo (o inizialmente l’unico) segno di una depressione non riconosciuta o molto mascherata che trova nello stato di debolezza l’unica forma, da un lato di espressione, dall’altro di auto-terapia. È il corrispettivo fisico di apatia, disincanto, delusione, mancanza di entusiasmo, ma anche del crollo improvviso di importanti aspettative.

Ci sono però molte situazioni nelle quali non si riconosce nulla di particolare; piuttosto si può osservare che nel modo di vivere abituale di una persona c’è un certo “attrito”: si vive in perdita lieve ma continua di energia (i risultati concreti sono sempre inferiori rispetto alle energie impiegate).
Quando siamo particolarmente scontenti, visto che non possiamo scappare, la stanchezza psicosomatica può essere l’espressione di un inconscio desiderio di fuggire da una vita stressante e insoddisfacente

La scarsa autostima è un tratto caratteristico di chi viene colpito da sindrome da stanchezza: chi soffre di stanchezza cronica ha spesso di sé un immagine negativa: si percepisce come una persona debole, inferiore agli altri, incapace di cavarsela da solo nella vita.

Convinti di non riuscire ad interessare gli altri per le loro qualità, scelgono inconsciamente di diventare ” speciali” nelle loro debolezze. E il ruolo di “stanco cronico”,  può diventare un modo per essere finalmente visti dagli altri, per avere una propria identità, per trovare il proprio posto in famiglia o nella società.

Le situazioni che più frequentemente provocano la patologia sono le seguenti:

  • agire controvoglia e/o contro la propria indole;
  • agire vivendo resistenze interiori e/o trovando continui ostacoli esterni (economici, sociali, lavorativi, familiari);
  • agire sempre in balia di dubbi, paure e ripensamenti;
  • agire contro la morale quando essa è molto sentita;
  • agire seguendo schemi di comportamento tortuosi e nevrotici: per esempio, il dover essere in un certo modo per mantenere un’immagine di sé valida ai propri occhi.

Sindrome della stanchezza, chi è più a rischio

  • Persone che svolgono un’attività in modo intenso e continuativo per molti mesi o anni, concedendosi un riposo insufficiente.
  • Persone che hanno sofferto negli ultimi mesi di patologie debilitanti, gravi o meno, e hanno dedicato poco tempo alla convalescenza.
  • Persone che tentano di ignorare le classiche malattie da raffreddamento dell’autunno/inverno (influenza, bronchite, faringite ecc.) mantenendo la stessa attività di sempre.
  • Persone che soffrono di disturbi del sonno da almeno tre mesi e che non riescono a risolvere il problema oppure lo trascurano.
  • Persone che soffrono di depressione, la quale è tuttavia mascherata dall’iperattivismo o dal senso del dovere.
  • Persone che soffrono di stati depressivi manifesti.
  • Persone che sono animate da molti dubbi e resistenze rispetto all’attività che hanno intrapreso.
  • Persone che si mettono a disposizione degli altri senza mai risparmiarsi davanti a niente

Cosa fare in caso di stanchezza cronica?

Il manifestarsi della CFS indica, comunque, che le risorse energetiche del corpo sono effettivamente state intaccate e che ce n’è una concreta minore disponibilità. Perciò “tirare avanti” a tutti i costi, oppure resistere, stringere i denti, banalizzando il problema, è quanto di più controproducente si possa fare. Allo stesso modo però, un breve riposo di uno o due giorni non solo può rivelarsi insufficiente ma addirittura dannoso perché il corpo non fa nemmeno in tempo a fermarsi e subito deve riprendere le sue attività.

E’ necessario pertanto considerare seriamente la possibilità di un periodo non di stacco totale dall’attività, ma di parziale riduzione degli impegni e della velocità con cui vengono affrontati: lentezza che non vuol dire assolutamente immobilità. Naturalmente le energie riconquistate non devono essere messe al servizio del vecchio stile di vita. La strategia vincente terapeutica pertanto sarà quella di attivare metodiche psicosomatiche rivolte a migliorare la persona nella sua interezza


rabbia aggressività

Rabbia, aggressività naturale vs violenza distruttiva

L’elaborazione della violenza nel contesto della Psicoterapia Somatorelazionale

di Luciano Marchino

La violenza, a mio avviso, è parte, e non piccola, del processo di adattamento degli esseri umani alla civiltà occidentale contemporanea. Per accostarmi in termini chiari e comprensibili al tema, mi sarà necessario un breve preambolo, che faciliti in chi legge la comprensione di un punto di vista che potrebbe altrimenti risultare pretestuoso e del tutto immotivato.

L’Occidente industrializzato ad alto sviluppo tecnologico è cresciuto sulla base di una grande illusione: l’illusione che l’accesso a una maggior quantità di beni coincida tout court con un miglioramento della condizione umana. Basterebbe, per smentire tale illusione, constatare il continuo incremento nell’uso di farmaci ansiolitici e antidepressivi e la diffusione capillare di sostanze tossiche adatte a trasformare lo stato di coscienza: dalla cocaina ai telefoni cellulari. Disgraziatamente noi esseri umani contemporanei siamo tuttora governati dallo stesso DNA dei nostri antenati del Paleolitico, un’epoca in cui, evidentemente, l’accesso ai beni era in verità assai modesto, e rilevante solo nella misura in cui garantiva la sopravvivenza. L’accesso al piacere non era posto in relazione con ulteriori disponibilità di beni, ma con la qualità delle relazioni tra i membri della tribù e, naturalmente, con l’ambiente circostante. Se l’accesso di massa ai beni è, ai giorni nostri, infinitamente migliorato (abbiamo abiti comodi e confortevoli, disponibilità di cibo e accesso alla conoscenza come non era neppure immaginabile solo cent’anni fa), non altrettanto si può dire della qualità delle relazioni umane. La necessità di condizionare masse umane sempre crescenti all’ambiente urbano ha dettato la necessità di introdurre regole sempre più precise e restrittive all’esercizio del libero arbitrio. Tali regole peraltro vengono incorporate da noi esseri umani secondo matrici somatorelazionali arcaiche perché il processo di incorporamento della cultura è ancora normato, nel profondo di ciascuno, dallo stesso DNA dei nostri precursori più lontani. Il processo evolutivo della specie non ha potuto compiere negli ultimi decenni lo stesso salto evolutivo che abbiamo vissuto dal punto di vista tecnologico! Ritengo che la violenza nevrotica (che da trent’anni a questa parte osservo quotidianamente nell’ambito del mio lavoro) sia conseguenza diretta dell’urbanizzazione e sia la principale responsabile del disagio della civiltà contemporanea.

Il processo di urbanizzazione di massa che stiamo attraversando, con megalopoli che hanno raggiunto i tredici milioni di abitanti, va visto tanto nella prospettiva dell’evoluzione filogenetica quanto in quella dell’evoluzione ontogenetica di ciascuno. Ed è a questo punto che la violenza entra irrimediabilmente a far parte del processo educativo. La violenza, a mio avviso, è infatti conseguenza diretta della necessità di condizionare i nostri figli, che nascono col patrimonio genetico dei cuccioli d’uomo del Paleolitico, a un ambiente altamente sofisticato e a sua volta condizionato dal modo di produzione attuale, tanto dei beni quanto delle relazioni interpersonali. Il processo evolutivo del bambino è quindi determinato dalla necessità di renderlo prima di tutto adatto ad abitare in un appartamento urbano, con tutte le regole implicite che a noi contemporanei sembrano semplicemente ovvie. Gli è impedito per esempio di esprimersi liberamente con la voce (“Non urlare così, pensa ai vicini!”), e non può neppure sfogarsi correndo, saltando, lottando con altri bambini o inseguendo piccole prede, sia perché in casa manca materialmente lo spazio per farlo, sia perché viene prematuramente condizionato a piegarsi a un senso morale che non può ancora comprendere ma a cui deve comunque sottostare (“Non si fa così, vergogna!”).

In una grande quantità di casi, il bambino viene poi separato dalla madre prematuramente e in modo innaturale, perché lei deve riprendere il suo posto all’interno del processo produttivo. Una separazione che qualsiasi cucciolo d’uomo subisce solo dopo aver speso, attraverso l’urlo e il pianto, tutte le energie a sua disposizione per richiamarla a sé, arrendendosi solo per spossatezza e interiorizzando forzatamente la consapevolezza della propria impotenza a ottenere il contatto, il calore, il contenimento e la sicurezza di cui ha bisogno per vivere. Anche quando è con la madre, o con un suo sostituto efficace, la vita in ambiente urbano viene comunque spesso prospettata al bambino come piena di insidie da cui potrà trovare riparo solo ubbidendo a chi lo accompagna: l’uomo nero, gli zingari o altri spauracchi sono lì al servizio di ogni brava mamma. In tal modo prenderà corpo in lui un “sano” terrore di allontanarsi dai luoghi conosciuti per esplorare l’ambiente e il mondo intorno a sé. Divenuto adulto sarà quindi esposto ad attacchi d’ansia o di panico ogniqualvolta si allontanerà dai luoghi o dalle persone a cui, in modo spesso inconscio, ha demandato la sua sicurezza.

Questi comportamenti e questo processo educativo possono sembrare ovvi, ma chi abbia avuto modo di osservarne gli effetti a lungo termine non può evitare di constatare come, congiunti ad altri elementi relazionali sui quali non è possibile dilungarsi in questa sede, contribuiscano al processo di adattamento sociale e, al tempo stesso, al processo di disadattamento personale. In altre parole, il cittadino ben adattato è al contempo un essere umano gravemente disadattato. Non si tratta evidentemente di rinunciare al progresso tecnologico per tornare indietro e poter vivere felicemente fino ai 35 anni (età media stimata per i nostri predecessori del Paleolitico, non dimentichiamo gli enormi progressi in campo medico), nell’incessante ricerca di qualcosa con cui sfamarsi e continuamente in fuga da predatori più grossi di noi. Credo però che sia possibile ripensare la società. Anzi, appare sempre più urgente immaginare una società futura creata a partire dai bisogni dell’Uomo, in sostituzione progressiva di quella attuale in cui l’Uomo è costretto ad adattarsi a un sistema sociale e produttivo che ne considera i bisogni emozionali e relazionali fondamentali solo per farne mercato. Al di là di altre non piccole differenze, questo fu il fondamentale dissidio tra Sigmund Freud, che sosteneva il primato del sociale sul personale a partire dalla convinzione della fondamentale negatività dell’uomo, e il suo brillante allievo Wilhelm Reich che, pur prendendo atto dello stato delle cose, si adoperò sino all’ultimo dei suoi giorni per promuovere una visione della società futura a partire dalla conoscenza e dal rispetto dei bisogni umani. L’incipit di tutti i suoi libri recita infatti: “L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti della nostra vita. Dovrebbero anche governarla”.

Mi sembra importante, prima di procedere, fornire una definizione di violenza. Non volendo allontanarmi troppo dal senso comune, ricorro alle più semplici definizioni fornite dal dizionario Zingarelli della lingua italiana. Qui interviene un’interessante variabile: essendo padre di una giovane studentessa, consulto prima la mia edizione (1960) e poi la sua (2011). Le differenze non appaiono a prima vista clamorose, ma sono tuttavia sottilmente significative. In entrambe le versioni il dizionario definisce la violenza come “la coazione fisica o morale esercitata da un soggetto su un altro così da indurlo a compiere atti che altrimenti non avrebbe compiuto”. Ne consegue l’ovvio esempio della violenza sessuale, così chiara, esplicita e giustamente penalizzata. In entrambe le versioni, il dizionario dichiara che un’azione si può dire violenta quando siamo in presenza di una “forza soverchiante in atto”, caratterizzata da “grande intensità”;

Tuttavia, nella versione del 2011 (ma non in quella del 1960) troviamo anche un inquietante indizio di come la violenza si possa intromettere nella relazione tra genitori e figli sotto mentite spoglie: “dolce, amorevole, insistenza che costringe ad accettare o fare qualcosa” (il corsivo è mio). Se aveste qualche dubbio rispetto all’appropriatezza dell’utilizzo del termine violenza in quest’ultima accezione, provate a immaginare, in questo preciso istante, che un gigante alto sei o otto metri e grosso in proporzione entri nella stanza e, magari col sorriso sulle labbra e col tono di

voce più amorevole, interrompa quello che state facendo e insista per indurvi a fare, contro la vostra volontà, qualcosa che è a suo avviso più necessario, più urgente o semplicemente più giusto. È a questo punto che i termini del problema diventano chiari: facendo violenza prima di tutto a sé stesso, il genitore del terzo millennio, si trova costretto a violentare il proprio cucciolo per addomesticarlo, cioè per renderlo adatto a vivere nella domus. E poiché ai tempi nostri violenza è sinonimo di brutalità ma anche di aggressività (Zingarelli 2011), tenderà a inibire la naturale aggressività del bambino prevenendolo in tal modo dall’integrarla nel suo patrimonio relazionale adulto.

L’aggressività naturale, non integrata e non contenuta dall’altrettanto naturale e simmetrico sviluppo di una naturale empatia, comune tra i nostri predecessori (“Ti amo e ti rispetto perché tu sei me”), si dissocerà dal senso del sé, per riemergere in modo incontrollato e incontrollabile in condizioni di particolare stress ambientale o relazionale. Nei testi freudiani troviamo la drammatica descrizione del ritorno del rimosso, in Jung la nozione di ombra, in Reich e Lowen la nozione di armatura carattero-muscolare più adatta, nella concretezza dei suoi elementi, a dar conto di una matrice relazionale psiconeuromuscolare che non si può ridurre a colta metafora, ma che è necessario riconoscere nei suoi elementi strutturali per avere la concreta possibilità di elaborarla non “in teoria” ma nei fatti. In assenza di integrazione e di elaborazione, l’aggressività naturale, a lungo reclusa nei meandri dell’inconscio personale corporeo, tornerà a manifestarsi soprattutto come violenza distruttiva. Una violenza che trasformerà ogni gesto rivendicativo in una nuova opportunità di prevaricazione e in una forma di distruttività che non abbisogna di alcuna spiegazione: essa infatti si automotiva come espressione di tensioni psiconeuromuscolari inconsce che, proprio perché tali, bypassano ogni possibilità di integrazione razionale, accontentandosi, al più, di razionalizzazioni autogiustificatorie a posteriori.

Quanto esporrò di seguito emerge da una lunga tradizione post-freudiana a lungo mortificata, screditata e violentemente repressa dai detentori di un potere (anche accademico) più interessato a preservare se stesso, il suo predominio politico e sociale e i suoi dogmi fondamentali, che a indagare il fatto della realtà. Tale tradizione è, al tempo presente, continuamente confermata e sostenuta tanto dai progressi delle neuroscienze somatorelazionali quanto da quelli della biofisica quantistica (Del Giudice, Brizhik, Montagnier) e, col suo potenziale, a lungo gelosamente protetto e arricchito, si appresta a contribuire al formarsi di una cultura umanocentrica del futuro. Il fondatore di tale tradizione, Wilhelm Reich, fu il primo a ipotizzare e dimostrare l’esistenza di una struttura, l’armatura carattero-muscolare, che prende corpo in ciascun essere umano nel corso delle fasi più precoci del processo relazionale, cioè quando il bambino apprende come incorporare le regole fondamentali del nucleo sociale che lo contiene, lo limita e lo protegge, diventando in tal modo un membro, un soggetto e un rappresentante di tale nucleo (tribù, famiglia, gruppo sociale). La psicologia accademica si è a lungo ostinata a preservare l’arbitraria ipotesi di una psiche disincarnata e operante in modo indipendente dal corpo come se, per operare nel mondo, anche una psiche aliena non necessitasse comunque di un corpo attraverso cui agire. Non stupirà nessuno, a questo punto, la mia opinione che la violenza, anche la cosiddetta violenza psicologica, necessiti di un corpo attraverso cui essere agita e che la violenza sia quindi essenzialmente un f/atto corporeo. Essendo un f/atto corporeo, la violenza è dotata al contempo di una dimensione ideativa, di una dimensione neuronale e di una dimensione muscolare, tra loro inseparabili se non per “comodità descrittiva”, una comodità che abbiamo pagato al caro prezzo di non comprendere l’essenza della violenza e di averne reso possibile l’indiscriminata proliferazione all’interno della nostra cultura.

Il processo di incorporazione della violenza avviene infatti, alla luce di quanto abbiamo sommaria

mente ricapitolato, attraverso l’inibizione prematura della naturale pulsione umana all’autoaffermazione: al semplice e arcaico “Io sono”. Distorta, traviata e socialmente veicolata nei modi previsti e imposti dallo sviluppo economico e sociale moderno, l’aggressività propositiva, creativa ed evolutiva è riemersa nei modi e nelle forme di un’aggressività distruttiva, prevaricante e priva di ogni residua empatia. Infatti se “servendosi” del corpo per esprimersi nel mondo, l’aggressività organizza specifici circuiti psiconeuromuscolari, la sua inibizione, prematura e/o inappropriata, dovrà organizzarsi a ritroso lungo i medesimi percorsi. L’inibizione imprimerà e stabilizzerà nel corpo le tracce e i modi di una conflittualità resa perenne e inconscia dall’esigenza di rimuovere dalla consapevolezza, ma conservare nel corpo, il dove, il come, il quando e il motivo per cui l’autoassertività naturale fu proibita e sostituita dai modi di un addestramento/adattamento al sociale che da essa pretendeva di prescindere. L’errore dei processi educativi post-industriali è tutto nell’illusione di potersi realizzare a prescindere dalla natura umana, pretendendo che questa si possa tranquillamente conformare a questo o a quest’altro paradigma ideologico o religioso.

All’interno di un processo di ri-evoluzione somatorelazionele (psicoterapia), l’elaborazione della violenza, introiettata e stabilmente incorporata, dovrà quindi prevedere la possibilità di tornare ad agire, al tempo presente e all’interno del setting  contenitivo e rassicurante, fornito dal metodo e dalla persona del terapeuta  entrambe le polarità emozionali ed espressive contenute nel blocco (Reich) e cristallizzate in un sottile e specifico equilibrio tra le componenti simpatica e parasimpatica del sistema nervoso vegetativo (Laborit, Goldstein, Liss). Stiamo parlando tanto della rabbia, che emerge quale amplificazione della naturale autoassertività, quando questa viene sopraffatta immotivatamente (cioè prematuramente e brutalmente, in assenza dei modi adeguati alla fase di sviluppo attraversata dal bambino o dall’adolescente), quanto del dolore, talvolta prevalente e sempre presente, per la ferita emozionale subita. Questo può avvenire, nel contesto psicoterapeutico, quando l’analista è in grado di attivare, energizzare, sostenere e organizzare in azioni ri-solutive il conflitto psicologico e il disagio emozionale portati dal cliente accogliendone la piena espressione nei modi di un rapporto ripartivo esente da giudizio e sostenuto da una considerazione positiva incondizionata per la sua umanità. Quando questo avviene, assistiamo al dis-farsi del problema attraverso la sua elaborazione più profonda e completa. È quello che i giovani, e non solo i giovani, cercano attraverso lo scontro all’interno della famiglia, con i loro coetanei, negli stadi e nelle piazze, spesso non a torto ma sempre, purtroppo, dirigendo la propria furia, in modo cieco, verso obiettivi che poco hanno a che vedere con le ferite originarie, che in tal modo vengono lenite solo provvisoriamente, tornando presto a dolere nel profondo. E mi riferisco, ovviamente, solo all’aspetto nevrotico della rabbia e della violenza distruttiva, non essendo qui il luogo per esprimere quanto penso della violenza sacrosanta: quella legittimata dalla necessità di preservare l’integrità individuale e la sopravvivenza personale o collettiva.

http://www.biosofia.it/news/59/spacco-tutto


Anthony Bourden

“Eat, drink, fuck, die” di Anthony Bourdain

Anthony Bourdain, scomparso l’8 giugno 2018 all'età di 61 anni, si era diplomato, nel '78 al Culinary Institute of America e da quel momento la sua ascesa nel mondo della cucina non si era più fermata, raggiungendo il culmine più alto quando era diventato executive chef della Brasserie Les Halles, celebre ristorante di Manhattan. Divenuto un guru della cucina, negli anni Duemila, Bourdain si era trasformato in un divulgatore, scrivendo libri e conducendo programmi televisivi. La fama era arrivata grazie agli show A Cook’s Tour, No Reservations e Parts Unknown, che gli avevano regalato il titolo di cuoco-viaggiatore

Questo articolo è uscito il 15 aprile 2016 nel numero 1149 di Internazionale, a pagina 102. L’originale era uscito su Lucky Peach con il titolo “Eat, drink, fuck, die”. © 2016 Anthony Bourdain/Agenzia Santachiara. L'articolo tratta il tema e il significato del cibo nel cinema.

Le prime immagini dello splendido Mangiare bere uomo donna di Ang Lee ci presentano quella che è forse la più stupefacente dimostrazione di maestria culinaria nel cinema. Mettendo insieme un “casuale” pranzo domenicale per le sue tre figlie, il signor Chu, chef per banchetti, pulisce un pesce, intacca con precisione il corpo di un calamaro, toglie la pelle argentea dallo stomaco di un pollo, acchiappa un gallo nel cortile, fa il brodo, prepara pancetta fritta e brasata, stende la pasta, riempie ravioli dalla forma perfetta ed esegue circa altre otto operazioni tutte in rapido ordine logico.

Vediamo come ogni ingrediente e ogni gesto porti al successivo, culminando con quello che qualunque frequentatore di ristoranti giudicherebbe uno straordinario pasto cinese. La scena è recitata (in parte) per far ridere. Lo scherzo è che si tratta di quantità e varietà di cibo assurde per un casuale pranzo di famiglia. Ma la preparazione di un pasto non è mai stata descritta così accuratamente dall’inizio alla fine. Sospetto che molti cuochi come me in quei primi minuti abbiano pensato che questo fosse un film sulle gioie della preparazione del cibo.In realtà, il tema del film è la comunicazione, lo sforzo di ricevere e manifestare affetto. In questo caso, il cibo è usato come un mezzo per persone reticenti, incapaci di esprimersi e comunque disfunzionali, per dirsi l’indicibile.È un film francamente irresistibile e molto bello. Solo un bastardo senza cuore potrebbe essere immune al suo fascino. Mangiare bere uomo donna sostiene in modo convincente l’idea molto diffusa che il cibo abbia qualità intrinseche e che – a seconda della storia del consumatore con un certo piatto – possa avere un “cuore”, essere un portatore di “amore” o contenere in qualche modo “l’anima” del cuoco che lo ha preparato.In articoli e libri di cucina troviamo sempre più spesso piatti semplici come il pollo lesso o la verdura al vapore che vengono definiti “appassionati” o cucinati “con il cuore”. Lo sentite in continuazione durante programmi come Top chef. I cuochi dichiarano di cucinare con “amore” (un’affermazione che io, come giudice, ho trovato spesso allarmante, in quanto evoca, di fatto, la possibilità che il concorrente abbia rigirato la salsa con il pisello), al punto che questa affermazione diventa quasi priva di senso.

“Non ho ricordi a meno che non gli faccia prendere vita cucinando”, dice una figlia sopraffatta dall’esigenza di cucinare. Un’altra figlia s’innamora su una ciotola di tofu puzzolente. Il signor Chu, tormentato dalla consapevolezza che la nipote a scuola deve mangiare piatti mediocri, segretamente le prepara il pranzo ogni giorno e ben presto riceve ordinazioni da tutta la classe. Quasi ogni passaggio importante del film avviene durante o intorno alla preparazione e alla consumazione di un pasto.

Il primo quarto d’ora del film sottolinea – magnificamente e accuratamente – che
cucinare con amore significa soprattutto fatica e noia.

Se Mangiare bere uomo donna parla di comunicazione e amore, Il pranzo di Babette di Gabriel Axel è tutta questione di sesso. Purtroppo nel film non c’è vero sesso. In realtà, nessuno dei personaggi sembra aver mai fatto sesso (a parte Babette in una vita precedente che non viene raccontata). Il film tratta di due sorelle zitelle sessualmente frustrate che vivono insieme a una setta di fanatici religiosi anziani, infelici e asessuati su una desolata costa danese.

Passano giorno e notte seduti a parlare di dio e di quanto il piacere è poco importante, sbagliato e probabilmente diabolico. Nel flashback vediamo come ogni possibilità di gioia o espressione artistica – ogni occasione per le due zitelle di accennare addirittura a un sorriso – sia repressa. Ovviamente, in questo tetro deserto culturale il cibo è spaventoso.

La simpatia del regista, però, va chiaramente a chi vorrebbe inseguire il piacere. Quando Babette, ex cuoca del leggendario Café Anglais di Parigi, si presenta come una rifugiata e viene incredibilmente accolta dalle sorelle, ha inizio un delizioso processo di corruzione. Babette vince la lotteria. E siccome non ha nient’altro da fare e si trova in un villaggio che fa apparire Salt Lake City come Sodoma e Gomorra decide di spendere tutta la sua nuova fortuna in un solo squisito pasto per il villaggio. Ben presto dalla Francia arriva una cornucopia d’ingredienti. La tavola è apparecchiata. Gli invitati prendono posto. E ai suoi ospiti incompetenti e gastronomicamente analfabeti, Babette serve un pasto sontuoso: prima un vero potage di tartaruga perfettamente chiarificato con Amontillado. Poi blinis demidoff, minuscole focaccine di grano saraceno ricoperte di crème fraîche e caviale beluga, accompagnate da un Veuve Clicquot del 1860. Le cailles en sarcophage – minuscole, succulente quaglie intere imbottite di foie gras e tartufo nero, arrostite in un vol-au-vent di sfoglia con sauce périgourdine – arrivano insieme a numerose bottiglie di un’annata leggendaria di Clos de Vougeot, il 1845. Solo l’ospite d’onore, un generale che un tempo era stato diplomatico a Parigi, riconosce l’eccezionalità del pasto. Che non finisce qui.

Insalata di indivia e noci, formaggio francese, dovizia di frutta esotica d’importazione e, infine, savarin au rhum avec des figues et fruits glacées con alcuni generosi bicchieri di Marc nell’eventualità che i pudibondi zoticoni non siano sufficientemente stroncati. “Illuminati” dai magici poteri dello splendido cibo e del vino, i vecchi rincoglioniti, ottusi e moralisti cominciano ben presto a leccarsi le labbra, a tracannare il vino e a scambiarsi occhiate lascive con il sottinteso: “Diamo il via alle pomiciate”. Finiscono la serata barcollando fino ai loro tuguri, fermandosi per congiungere le mani e lodare dio e scambiando probabilmente gli effetti dell’alcol per un’epifania. Poi arriveranno i femori rotti.

In quest’ottica, quindi, il cibo è sia un piacere di per sé sia un’autostrada verso comportamenti libertini. L’evidente implicazione, dietro una sottile patina di frottole spirituali chiaramente maldestre, è che lo scrupoloso impiego di buon cibo e alcol porta direttamente a lasciarsi andare e probabilmente a sesso non protetto. Il buon cibo vi rende più svegli, apre la mente, sblocca i tubi: è sexy.

Ma lo è davvero? Non sono così sicuro che il cibo sia intrinsecamente sexy, anche se il corpo probabilmente reagisce in modo simile all’attesa del sesso e di un buon pasto. Sono stato in molti posti e ho mangiato molti piatti con presunte qualità afrodisiache, ma non ho mai assaggiato un solo boccone che facesse apparire più attraente qualcuno nel corso di una serata (il liquore e perfino il vino in cartone, invece, possono riu­scirci benissimo).

Mi piace il cibo. E mi piace anche il sesso. Ma non li voglio insieme. Mai. Mi piacciono le cosce di pollo, ma non c’è assolutamente niente di sexy nel portarsi a letto una coscia di pollo. Nella mia mente, la gente che nei siti gastronomici racconta di aver avuto un “ciborgasmo” evoca l’immagine di una persona tragicamente obesa davanti al computer che con una mano si masturba e intanto con le grosse dita unte dell’altra mano schiaccia i minuscoli tasti. Osservare qualcuno che ha un orgasmo può essere interessante. Ma un “ciborgasmo”? È poco allettante anche nelle migliori circostanze. Una signora che squittisce con entusiasmo per una torta al cioccolato con salsa di lamponi a letto dà nuovo significato all’espressione “essere tutta bagnata”.

Eppure Il pranzo di Babette prova (e riesce perfettamente) a conciliare gli opposti. Dice che potete rimanere fedeli ai vostri princìpi religiosi, mangiare davvero bene, essere completamente strafatti di vino e di cibo e tornare a casa per un po’ di devoto sesso anale. Un classico del cinema “alimentare” sembra es­sere sfuggito alle nostre antenne: Munich, il capolavoro culinario di Steven Spielberg, che ha una sottotrama cibocentrica su cui il noto gastronomo Christopher Walken ha recentemente richiamato la mia attenzione. Eric Bana interpreta Avner, un ufficiale del Mossad che guida una squadra ultrasegreta incaricata di eliminare i responsabili del massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Avner è anche un entusiasta cuoco dilettante che ama preparare pasti raffinati per la sua squadra. A quanto sembra sa cucinare un’eccellente punta di petto di manzo e non lesina sui piatti di contorno. Lui e un informatore s’incontrano di buon mattino mentre comprano porri selvatici. Una riunione della sua squadra ispira quello che sembra un tradizionale aïoli provenzale. Tra omicidi, sparatorie ed esplosioni di bombe, c’è cibo, cibo e ancora cibo. Perfino personaggi secondari come Papa, l’ex leader della resistenza che si occupa di informazioni e logistica per chiunque sia disposto a pagare la sua tariffa, appare mentre prepara con cura dei rognoni di vitello. Alla fine di un pranzo sontuoso, si congeda da Avner regalandogli un boudin noir e andouilletteartigianale: una scelta bizzarra per un israeliano.

Cosa sta succedendo qui? Qual è il messaggio? Ho visto più volte il film, cercando di individuare un tema, un sottotesto: Spielberg sta forse dicendo che tutto questo cibo dall’aspetto squisito è un balsamo, un mezzo per placare la paura, la tensione e il senso di colpa di un killer professionista? Non si direbbe, perché nessuno sembra trovare particolare conforto negli sforzi di Avner. Tutto questo mangiare è semplicemente carburante, la roba di cui i servi fedeli dello stato hanno bisogno per fare bene il loro lavoro? Oppure il regista mette il grembiule da cucina ad Avner e circonda gli altri personaggi di pasti familiari in un cinico tentativo di rendere umani quelli che altrimenti sembrerebbero assassini privi di rimorsi? E perché il boudin? Perché l’andouillette? Cosa significano queste scelte? Di tutti i grandi film gastronomici, Munich è quello che confonde di più sulle sue vere intenzioni.

Il capolavoro trasgressivo e schizzato di merda di Marco Ferreri, La grande abbuffata, è senza dubbio l’antidoto a tutti gli altri film che ruotano intorno al cibo e alla cucina. Le sue descrizioni del cibo e del cucinare sono impeccabili e infinite: aragoste dalla corazza morbida come primo piatto, manzo charolais, faraona, poulet de Bresse, agnello, gamberoni alla Mozart con sauce Aurore, paté, ostriche, galletto, cinghiale. Tutto finisce gloriosamente in tavola, per lo più dopo essere stato preparato davanti alla cinepresa. Sarebbe difficile pretendere un’esibizione più allettante sia della cucina classica sia della nouvelle cuisine francese. Eppure La grande abbuffata non parla delle gioie della tavola. Il film indignò e scandalizzò la Francia e spinse alcuni spettatori a sputare addosso al regista a Cannes (e si dice che abbia portato Ingrid Bergman, che faceva parte della giuria, a vomitare senza controllo). Il cibo, qui, è un mezzo di distruzione.

Marcello (Marcello Mastroianni), Ugo (Ugo Tognazzi), Michel (Michel Piccoli) e Philippe (Philippe Noiret) sono quattro scapoli di successo che si ritirano in una dimora nei sobborghi parigini per quella che inizialmente sembra una breve fuga epicurea. Diventa subito chiaro dal loro appetito implacabile che hanno un’agenda più fanatica: mangiare a morte. Annoiati, infantili, pieni di disprezzo per se stessi e per il mondo, hanno pianificato di uscire di scena con assoluta grandezza culinaria, ma ben presto si ritrovano (letteralmente) a sguazzare nella loro stessa merda. Mangiare e scopare a morte poteva sembrare una buona idea, ma perfino le puttane ingaggiate per divertirli – che sicuramente devono aver assistito a molti brutti comportamenti nella loro vita – sono troppo inorridite e nauseate da quello che vedono per restare.I quattro protagonisti regrediscono, con la pancia troneggiante sui pantaloni slacciati, le guance progressivamente più floride ed epici attacchi di flatulenza. Eppure continuano a cucinare – e mangiare – fino a morire in rapida sequenza, uno di loro letteralmente ingozzato a morte sul tavolo di cucina dai suoi servizievoli amici. Non è carino. Il cibo, per quanto bello o ben preparato, diventa inevitabilmente merda in questa satira raggelante, spietata, il cui odio per il corpo umano e i suoi appetiti fa apparire Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini come un film della Disney. Se vi scoprite a feticizzare il cibo, a passare troppo tempo a pensarci – o se avete mai usato il termine “ciborgasmo” – questo film vi offrirà un’utile prospettiva su cui riflettere.


finestra di tolleranza

La Finestra di Tolleranza e la Disregolazione Emotiva

La finestra di tolleranza è un concetto che è stato introdotto da Daniel Siegel in relazione al fenomeno della disregolazione emotiva, che interessa gran parte del trattamento psicoterapeutico dei pazienti difficili.

Daniel Siegel, autore statunitense di fama mondiale, è riuscito a rendere divulgabili alcune idee relative a complessi concetti psicopatologici come la regolazione emotiva e la neurobiologia interpersonale. A lui si deve in particolare il concetto di finestra di tolleranza.

Siegel ha costruito l’intero suo impianto teorico intorno al concetto di integrazione. La sua idea di integrazione si appoggia su una visione multi-componenziale del cervello, gerarchicamente costruito su livelli diversi e differenziato nei suoi emisferi destro e sinistro.

All’interno dei suoi lavori, l’autore spiega come la salute psichica coincida con la possibilità di utilizzare in modo integrato e fluido tutte le componenti e le funzioni del cervello. Per fare questo, parte della semplice ma fondamentale teoria del cervello tripartito di McLean, secondo cui esistono tre strutture, evolutivamente comparse in modo sequenziale nel corso dello sviluppo del cervello umano: il troncoenecefalo, evolutivamente più antico e primevo; il sistema limbico sottocorticale e la neo-corteccia, ultima in termini di tempistiche evolutive.

Il contributo specifico di Daniel Siegel alla Psicologia

Siegel nei suoi lavori indaga ciò che ritiene essere alla base della sofferenza psichica in senso allargato: la mancanza cioè di integrazione. Integrazione di parti del Sé, integrazione della coscienza, integrazione tra strutture cerebrali più antiche e più recenti, integrazione tra funzionamento destrorso o “sinistro” del cervello.

Sulla scia di molteplici autori impegnati nello studio delle stesse problematiche, Daniel Siegel approfondisce questioni focali della disciplina psicotraumatologica, come il fenomeno della dissociazione a seguito di traumi cumulativi o grandi traumi, e le conseguenti ricadute in termini di sintomi clinici. Per fare questo, oltre alla sopra citata teoria del cervello tripartito di McLean, il suo lavoro si appoggia sulle teorie più recenti relative allo stile di attaccamento, gli studi di neurobiologia relazionale e le recenti derive della psicoterapia cognitiva in ambito di tecniche di rilassamento/meditative prese a prestito dalla cosiddetta psicologica “buddhista”, per esempio la mindfulness.

 

Il concetto di finestra di tolleranza

finestra di tolleranza

Tra i suoi principali contributi, Daniel Siegel ha il grande merito di aver introdotto il concetto di finestra di tolleranza, di grande rilevanza clinica e facilmente divulgabile e utilizzabile con i pazienti durante le sedute. Qui di seguito un’immagine esplicativa:

Il concetto di finestra di tolleranza va spiegato in relazione al concetto di disregolazione emotiva, fenomeno molto frequente nella pratica clinica e per questo di grande rilevanza soprattutto nel trattamento di pazienti difficili.

Nel corso della giornata, il nostro stato di arousal si muove a tratti verso l’alto (tendendo allo stato di iper-arousal) e a tratti verso il basso (ipo-arousal), contestualmente a situazioni percepite più o meno “attivanti” o più o meno “calmanti”.

Fluttuare all’interno della finestra di tolleranza è totalmente normale, fino al punto in cui per varie ragioni il tono di arousal non superi verso l’altro o verso il basso i confini della finestra di tolleranza: in quel momento inizia il senso di “disregolazione”, percepito soggettivamente come un senso di essere “fuori controllo” (troppo agitati/ansiosi/attivati) o al contrario troppo “scarichi”o apatici (lo stato di ipo-arousal) e accompagnato da uno stato di profondo malessere soggettivo psichico, da cui si tenta di fuoriuscire

Secondo questa rappresentazione del malessere psichico, indotto da una disregolazione del tono di attivazione neuro-fisiologica, il problema consiste nell’incapacità di trovare strategie di regolazione emotiva che consentano all’individuo di ri-entrare all’interno della finestra di tolleranza quando ci si trova al di fuori, sia in termini di iper o di ipoarousal.


Il concetto di regolazione/ disregolazione emotiva e le strategie di mastery

Siegel nei suoi lavori spiega con chiarezza come ognuno trovi le sue proprie strategie di regolazione emotiva per rientrare all’interno della finestra di tolleranza in questi momenti di profondo dolore psicologico. Queste strategie sono chiamate tecnicamente strategie di mastery, termine inglese utilizzato per descrivere il senso di padronanza, cioè la “sensazione di avere il controllo” sulla propria vita, sulle proprie risorse e le proprie mancanze, sensazione molto piacevole e associata spesso a un senso di euforia e progettualità. Siegel parla di strategie di mastery intendendo con questo tutto ciò che consente ad un individuo di riappropriarsi del controllo sulla propria emotività, di calmarsi quando troppo “attivato” o di attivarsi quando troppo “apatico”, rientrando metaforicamente all’interno della finestra di tolleranza.

In merito a questo tempo, è importante anche il contributo di Antonio Semerari (2003) che, sulla scia di molteplici altri autori, spiega come esistano diverse tipologie di strategie di mastery, aventi un diverso livello di raffinatezza ed efficacia e raggruppabili genericamente in tre tipologie/livelli:

  • Strategie di mastery di I livello. Attraverso queste strategie, l’individuo sperimenta un effetto regolativo sulle proprie emozioni veementi attraverso l’utilizzo del corpo. A questo livello appartengono, ad esemprio, le pratiche sportive usate in senso regolativo (per calmarsi quando si è troppo attivati, o per “darsi una scossa” quando troppo apatici, per esempio), ma anche l’utilizzo di sostanze a fini auto-terapeutici. Genericamente si può affermare che tutto ciò che passa attraverso il corpo e che abbia un effetto regolativo rappresenta una strategia di mastery di I livello. Facendo un esempio concreto, un ragazzo che utilizzi cannabis per placare alcuni stati di ansia o attivarsi quando depresso, o un cocainomane che voglia sfuggire da stati di vuoto/depressivi, utilizzano questo tipo di strategie.
  • Strategie di mastery di II livello. Le strategie di II livello passano attraverso l’interazione sociale: l’individuo utilizza il contatto con l’altro per regolare stati di ansia/iper-arousal o al contrario stati di depressione/ipo-arousal. SI tratta di una modalità regolativa dialettica, che contempla la presenza dell’altro, che viene ricercato attivamente attraverso per esempio una telefonata, un’uscita, un gesto di ricerca di contatto. Attraverso queste strategie di regolazione emotiva il tono di attivazione neuro-fisiologica viene fatto rientrare all’interno della finestra di tolleranza a partire da un momento di condivisione. Queste strategie di mastery sono considerate più evolute rispetto alle precedenti e, in un ideale percorso di “maturazione” psicologica (per esempio nel contesto di un percorso di psicoterapia), l’utilizzo di strategie di mastery di II livello da parte del paziente è da considerarsi un passo avanti per quanto riguarda la capacità di auto-regolazione emotiva.
  • Strategie di mastery di III livello. Le strategie di III livello consentono alla persona di auto-regolare la propria attivazione (o disattivazione) neuro-fisiologica a partire da un lavoro solamente interiore. Non è necessario né passare attraverso il corpo, né appoggiarsi ad un’altra persona per regolare il proprio stato emotivo. Chi utilizza questa tipologia di strategie di mastery riesce, attraverso un lavoro interiore (visualizzazioni, dialogo interno rassicurante e contenitivo, il sapersi spiegare le ragioni sottese al momento disregolativo, etc.), a ritornare autonomamente all’interno della finestra di tolleranza. Sono le strategie di regolazione emotiva più evolute e sofisticate. Rappresentano un punto di arrivo nel percorso relativo alla capacità di auto-regoalzione, di fondamentale importanza nel corso dello sviluppo e nel contesto di una psicoterapia.

Altro aspetto da mettere in rilievo a proposito della finestra di tolleranza, è la sua ampiezza. Dopo la nascita, l’ampiezza della finestra di tolleranza è minima: qualunque sovra o sotto-attivazione neurofisiologica vissuta dal bambino lo porterà a uscire dalla finestra (essendo la sua ampiezza molto ridotta) creando sofferenza psichica. La capacità di sopportare la frustrazione di un bambino piccolo, come sappiamo, è minima. Uno sviluppo equilibrato, insieme ad un’educazione fornita dai caregivers che mira alla gestione dello stato di frustrazione, significheranno per lui ampliare la sua finestra di tolleranza, imparando a reggere sbalzi emotivi di portata più ampia senza però arrivarne a soffrirne.Nel discorso quindi relativo alle competenze di auto-regolazione emotiva, è importante considerare due aspetti portanti:

 

  1. La regolazione emotiva permette all’individuo di riportare il tono di attivazione neuro-fisiologica all’interno della finestra di tolleranza, verso il basso quando in fase di iper-arousal e verso l’altro se in ipo-arousal. Le strategie per fare questo vengono chiamate strategie di mastery e sono più o meno sofisticate. Genericamente diciamo che un individuo il cui tono di attivazione neuro-fisiologica stia all’interno della finestra di tolleranza, non soffre per questioni relative a disregolazione emotiva: non sarà dunque in balia di emozioni veementi come rabbia o profonda tristezza, ma riuscirà a percepirle in sè sufficientemente regolate da essere psicologicamente tollerabili.
  2. Per sentire un senso di controllo e di “sovranità” sulle proprie emozioni senza che queste diventino veementi o soverchianti, è importante ampliare l’ampiezza stessa della finestra di tolleranza cosicchè per fuoriuscire dai confini della stessa sia necessario un livello di iper o ipoattivazione molto maggiore. A parità di stressor, persone diverse si “regoleranno” in modi diversi, a seconda di quanto ampie saranno le rispettive finestre di tolleranza a consentirgli di mantenere il senso di mastery. La maturazione interiore, un percorso di psicoterapia, l’uscire rinforzato da esperienze difficili: tutti questi sono esempi di situazioni di ampliamento della finestra di tolleranza che ci rendono maggiormente schermati di fronte agli sbalzi neurofisiologici seguenti a eventi più o meno stressanti.

Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2018/05/siegel-finestra-di-tolleranza/